Il “pensiero” di Daniele Pepino

Daniele Pepino, Eravamo sull’orlo dell’abisso… abbiamo fatto diversi passi avanti
Mi si perdoni il tono lapidario, senza fronzoli, di questi appunti, ma tali sono: non vogliono essere né una risposta alla Lettera aperta ai sopravvissuti di Sergio Ghirardi, né una sua critica, solamente qualche spunto di riflessione, nato dalla lettura del suo libro, e buttato giù velocemente e alla rinfusa, come contributo al dibattito di questa sera a El Paso (dal titolo Dall’economia della catastrofe alla società del dono) e a quelli a venire. Viviamo davvero l’economia della catastrofe, non c’è dubbio e non credo sia il caso di dilungarsi su dimostrazioni che sono sotto gli occhi di tutti, e che sono anche ben argomentate nel libro di Sergio. Pertanto vengo subito al dunque: finita la lettura della Lettera aperta, mi è sembrata subito lampante la debolezza di quella prospettiva che emerge come contraltare salvifico di fronte alla catastrofe in atto. Mentre tutto va a rotoli, come per incanto, ci prepariamo ad accogliere nel grembo fecondo della storia il germoglio di una nuova (l’ennesima!) società. Questa volta non sarà una società mercantile ma “del dono”, e non sarà una democrazia rappresentativa ma “soggettiva”. Al di là di quest’ultima definizione – che personalmente mi fa accapponar la pelle, come anche alcune descrizioni che ne vengono accennate –, è la complessiva inconsistenza di tale “utopia” che lascia un senso di vuoto. L’impianto stesso del discorso si regge su un’astrazione: da dove germoglierà questo nuovo mondo? Dall’insorgere della volontà di vivere!? Io, semplicemente, non ci credo. Questa non è che la riproposizione del leit motiv, caro all’ideologia situazionista e in particolare a Raoul Vaneigem, per cui tutto il vecchio mondo a un certo punto crollerà di fronte all’affermarsi del soggettivo, del piacere, della pienezza di vita… Ma questi sono dei concetti, astratti, non sono dinamiche materiali e sociali, che sono le cose da cui scaturiscono i cambiamenti. Questa è l’ideologia che ha accompagnato, negli anni ’60 e ’70, il movimento rivoluzionario radicale. E – mi sbilancio – ritengo che gran parte di quell’ideologia fosse figlia dell’ottimismo tecnologico dominante di quegli anni, anche quando non lo sposava dichiaratamente. Oggi urgono autocritiche e riflessioni. Quali sono oggi le dinamiche sociali e umane, vive e pulsanti, le viscere di questo mondo putrido da cui può generarsi quella forza in grado di rovesciarlo? (Già, «la forza», questa è ancora – se non mi sono completamente rincoglionito – la leva di ogni cosa, compresa la riscossa degli oppressi, mentre la Lettera aperta sembra dirci che la società del dono germinerà così, senza bisogno di violenza, anzi, con gaiezza…). Sono questi credo gli interrogativi centrali, ai quali non ho certo la risposta pronta, ma sui quali credo sia il caso di riflettere e che credo sia un po’ superficiale liquidare riproponendo gli schemi di una ideologia in fin dei conti progressista e stantia: sarà la volontà di vivere a risolvere tutto, insorgendo realizzerà il piacere e abolirà la schiavitù dell’uomo e della natura. (Io sinceramente, lo dico senza ironia, non ho ancora capito cosa sia questa volontà di vivere, né perché mai dovrebbe insorgere ieri oggi o domani). Insomma, la mia impressione è che si sia preferito partire dalla intoccabile teoria situazionista (o meglio dal “Vaneigem-pensiero”), per innestarci sopra un po’ di “decrescita”, un po’ di “MAUSS”, un po’ di ambientalismo, diciamo così, per aggiornarla. Per carità, non è che sia una infamia – e ciò detto ognuno fa quel che gli pare – però credo sia più fecondo rovesciare la prospettiva: cercare di comprendere le modificazioni del reale, scorgerne le crepe e avvertirne i rumori e gli scricchiolii intorno a noi, per confrontarci con questi e rimettere in discussione le nostre categorie e le nostre sicurezze. Detto questo, mi sembra importante inquadrare un po’ più realisticamente lo scenario in cui dovrebbe irrompere questo «progetto di una decrescita piacevole e conviviale». Perché, sarò sicuramente tacciato di pessimismo apocalittico, ma sento che, ahinoi!, dovremo fare i conti, nel prossimo futuro, con ben altre «piacevolezze»: ci troviamo di fronte a un’umanità che, per una buona metà, sta letteralmente crescendo nell’odio, allattata dalla sete di vendetta. Intere generazioni, le prossime, sono quotidianamente allevate da stragi, bombe, veleni industriali, stupri, deportazioni, fame, campi di concentramento… e non vedono l’ora di riscattarsi. I privilegiati del “Primo mondo”, da parte loro, non rinunceranno spontaneamente ai loro privilegi, i cui costi umani e ambientali iniziano a tornare indietro con gli interessi. Tutto torna. Lo scenario più probabile che abbiamo di fronte – e che per certi versi è già iniziato, ma può sempre peggiorare – è quello della guerra civile totale, su scala planetaria. È su questo sfondo che mi sembra un po’ stonato il continuo richiamo al festoso sbocciare del «gioco dell’amore e dell’amore del gioco che si apprestano a umanizzare il mondo», concetti che ripetutamente tornano nelle pagine della Lettera aperta ai sopravvissuti. Insomma, queste forze in procinto di umanizzare il mondo e realizzare la felicità, dove sono? Chi sono? A mio avviso mancano di concretezza (a meno che, Dio ce ne scampi!, non sia «La volontà di vivere liberi, pronti a una rivolta sociale fraterna che si fondi sull’uguaglianza nella diversità: questa è stata e resta la sola modernità dell’Europa di cui si dovrebbe democraticamente rendere erede il mondo», come leggiamo a pag. 66. L’ideologia eurocentrica e le reminiscenze inquietanti di questa affermazione credo non meritino ulteriori commenti). Qui siamo nel bel mezzo di una guerra civile, con prospettive che per la specie umana, e non solo, non sono mai state così apocalittiche. Non si tratta neanche più di scegliere tra la guerra e la pace, si tratta di vedere quale direzione prenderà il conflitto, e noi che parte ne avremo e cosa possiamo fare. Mi si accuserà di non “credere nei miei desideri”, ma sono convinto che questo sarà il quadro dell’eventuale prossima rivoluzione sociale, lo scatenarsi delle cattive passioni. Noi qui dobbiamo essere pronti, dobbiamo attrezzarci. Altro che “giochi dell’amore”! Ultimo appunto: la questione dell’«autoproduzione» o, meglio, dell’«autonomia». In occidente, viviamo in una dipendenza totale da un sistema tecnologico che da un lato è fuori da ogni nostro controllo, dall’altro è di una fragilità impressionante. Basta pensare a quel che può accadere nelle nostre metropoli (che si avviano a diventare sempre più mostruose e affollate), nel momento di una calamità, anche parziale. Pensiamo a New Orleans, a cosa può essere il panico di trovarsi intrappolati in gabbie di chilometri di cemento, con il cibo che finisce… è un incubo da far impallidire interrompe il flusso di mangime lo scenario è il collasso. Siamo una società di handicappati! È proprio di fronte a questo spossessamento che un movimento rivoluzionario in occidente non può non porre tra le sue priorità problematiche la difesa e la riconquista di autonomia, anche materiale, anche alimentare. Possiamo anche chiamarla autoproduzione, se vogliamo, ma l’ottica da cui è inscindibile è quella della guerra civile. Cosa sarebbe stata la guerriglia partigiana senza gli approvvigionamenti, anche materiali, della montagna, di un’economia di villaggio che ne costituiva le retrovie? Oggi, a mio avviso, parlare di autoproduzione e di liberazione di spazi di vita e libertà, ha senso solo in quest’ottica: quella di garantirsi quegli spazi di autonomia, di costruire quelle retrovie che serviranno all’apertura di un fronte interno in occidente («portare la guerra in casa», dicevano i Weathermen di fronte alla guerra USA in Vietnam). Spazi in cui, beninteso, sia possibile viverci nel frattempo e il meglio possibile… Spesso, per altro, è proprio la mancanza di mezzi, di strumenti, di luoghi, di forza materiale, di energia, a costituire limiti e a sancire la rassegnazione; anche di questo è responsabile lo spossessamento e il controllo nella metropoli; garantirsi le postazioni da cui attaccar battaglia e rientrare, non solo è vitale, ma è anche un ulteriore stimolo a sferrare gli assalti. Qui sta l’importanza dell’autoproduzione, nel senso di spazi sottratti al controllo, di riappropriazione di mezzi e saper-fare: per evitare che il sacrosanto desiderio di gratuità e autonomia, invece che armare la resistenza, apparecchi l’accomodamento in ghetti neo-fricchettoni o post-punk o che altro. Il discorso è vecchio, quel che si ha e quel che si riesce a conquistare va protetto con le unghie e con i denti, questo è fuori discussione. Altrettanto vero però è che, come gli ultimi decenni dimostrano, spesso questo patrimonio – sia un centro sociale, un orto, una pratica – diventa un ghetto in cui rinchiudersi, una ideologia da difendere…, e l’arma si trasforma in zavorra. È vero, l’equilibrio è precario, il confine è incerto e talvolta attraversarlo è addirittura inevitabile. Proprio per questo però è importante non smarrire la rotta, rimettendosi sempre in causa e confrontandosi senza sosta sul senso e la portata di quel che facciamo. Queste brevi note, senza pretese, volevano essere un contributo a tale confronto.

Cari compagni
Ho letto con piacere le notizie che Manu ha mandato su Luca… Chi può gli mandi direttamente, o tramite lei, un saluto anche da noi e dai compagni di qua, dal Kurdistan. Noi siamo qui, a Dyarbakir, da un paio di giorni. Domani partiremo per Van, Hakkari, Yuksekova, le montagne insomma, quindi non ci sentiremo per un po’… Per questo son venuto a un internet point finché siamo in città, per vedere se c’erano novità su Luca e mandarvi un saluto.
Qui la situazione, come del resto più o meno sapevamo, si è ulteriormente aggravata rispetto al nostro ultimo viaggio, dal punto di vista repressivo, nell’ultimo mese gli arresti sono stati decine… Dall’inizio dell’operazione KCK, cioè negli ultimi due anni e mezzo, hanno arrestato circa 7.000 persone (7.000!!!). (oltre ai circa 8.000 prigionieri del PKK) Ora i prigionieri hanno incominciato, in centinaia, uno sciopero della fame. Anche da fuori diversi gruppi e associazioni di sostegno ai prigionieri e ai loro familiari, lo stanno facendo da fuori per sostenerli. Stamattina siamo stati a trovarli… Sono decisi a scioperare a oltranza. Sappiamo cosa questo ha significato troppe volte qui in Turchia (troppi/e compagni/e morti/e nelle carceri e fuori…). Quindi la situazione è questa… Il resto ve lo racconteremo poi Un abbraccio
Forza!
Pepi

29/03/2012 15:37
Compagni,
Un saluto velocissimo dalle montagne del kurdistan
Qui dopo il Newroz iniziano a sciogliersi le nevi e aumentano le operazioni antiguerriglia.
Quattro giorni fa, sopra Bitlis, sono morte 16 guerrigliere del PKK (o meglio dello YJA STAR, il braccio armato della sua organizzazione femminile). Oltre ad altre operazioni che hanno fatto in tutto una trentina di guerriglieri uccisi (e sei sbirri dei corpi speciali). Ieri al funerale di due delle donne ci sono stati scontri durissimi ed é morto un ragazzo. Per protesta oggi a Yuksekova, dove siamo noi, hanno proclamato una serrata di tre giorni…
Qui ieri tra l’altro altri scontri… Si chiudeva la ‘settimana degli eroi’ in ricordo dei caduti ed era stato organizzato un concerto in un quartiere, ma é stato circondato da una trentina di panzer e via.. scontri tutto il giorno…
Avrei voluto fare una diretta stamattina ma qui é davvero difficile. Per trovare un internet point siamo dovuti venire al posto di confine con l’Iran. I telefoni nel villaggio dove siamo non prendono e phone center non esistono, neanche nelle citta’.
Appena riusciamo, piü tardi o domattina, mando un sms in radio col numero a cui richiamare. Purtroppo non so dirvi l’ora precisa ma provate ora info…
Un abbraccione
Pepi…
Biji Serok Apo

Alpi libere – fine aprile 2012
Il testo che segue è la trascrizione di una chiacchierata fatta con un gruppo di ragazzi di una borgata in montagna, nella regione del Kurdistan che si trova nei confini dello Stato turco. È il frutto di un incontro avvenuto durante il viaggio di alcuni compagni nel periodo del Newroz, l’antica festa di origine zoroastriana che ogni 21 marzo celebra, con l’inizio della primavera, una sorta di capodanno, di risveglio, occasione per la rivendicazione dell’identità del popolo curdo e della sua vitalità e resistenza. Come sottolineano loro stessi alla fine del discorso, gli amici intervistati non sono dei militanti politici, né dei teorici e nemmeno dei guerriglieri. Ma il fatto di essere dei semplici montanari non esclude che essi siano o possano essere, in un certo senso, un po’ tutte e tre le cose. Ragazzi qualsiasi, infatti, ma dalle cui parole emerge chiaramente l’alto livello di partecipazione alla lotta, di consapevolezza del dibattito politico, così come della vicinanza e internità al mondo della resistenza armata. Il solo fatto che il PKK rappresenti, in questa fase storica e in un’area del pianeta a noi tutto sommato vicina, l’ultimo movimento di guerriglia popolare, esteso, vitale e radicato, dovrebbe rendere evidenti le ragioni per cui riteniamo di grande interesse confrontarcisi e saperne di più. Questo dovrebbe risultare ovvio per chiunque si ponga, di fronte all’incedere dei disastri e delle ingiustizie della civiltà capitalista, nell’ottica di un suo superamento radicale e rivoluzionario. Dalle parole di questi amici incontrati sul nostro cammino – oltre che dai loro sguardi e dalle loro vite, difficilmente trascrivibili – emergono problemi e prospettive profondamente in sintonia con i nostri. Nonostante le ovvie distanze, derivanti dai diversi contesti storici e geopolitici, non ci accomunano soltanto la coscienza di aver gli stessi nemici (gli Stati nazione e lo sfruttamento capitalista, innanzitutto), ma anche le comuni tensioni che stanno alla base delle possibilità individuate per il loro abbattimento. Il rifiuto della rivendicazione di un nuovo Stato nazione e di nuove frontiere; la proposta di una federazione di comunità di villaggi che travalichi i confini nazionali; la centralità data alla “partecipazione popolare” come riduzione all’indispensabile dei meccanismi della delega; l’orizzontalità nei processi decisionali. L’egualitarismo e la lotta contro i residui di tradizioni oppressive e patriarcali; la strenua difesa del proprio patrimonio linguistico, storico e culturale, ma nel rifiuto di ogni identitarismo escludente. Cosa ancor più significativa, tutte queste istanze non sono un discorso politico astratto, ma il campo di battaglia quotidiano, il tentativo di organizzare, qui e ora, una struttura confederale, un coordinamento reale tra paesi, quartieri, collettivi, alternativo a quello dello Stato centrale e volto a delegittimarne e scalzarne la presenza. E così è anche sul piano del conflitto “in montagna”, dove il PKK sta tentando di coniugare la resistenza armata con la pratica al proprio interno di un modello di vita e di organizzazione alternativo a quello capitalista. La guerriglia, cioè, non è vissuta soltanto come uno strumento militare, di attacco o di difesa, ma anche come un’opportunità per sperimentare in territori parzialmente liberati rapporti sociali diversi da quelli dominanti. Queste sono le tensioni, profonde e viscerali, che abbiamo sentito prevalere negli uomini e nelle donne del popolo curdo che combatte. E ciò al di là dei termini con cui queste tensioni vengono espresse, che spesso possono stridere nel linguaggio politico cui siamo abituati (come il termine «democrazia»). Ciò non può giustificare il disinteresse o addirittura la diffidenza che troppo spesso i movimenti rivoluzionari in Occidente riservano alla lotta del popolo curdo e non solo. Una diffidenza che a nostro avviso deriva più che altro da un cronico eurocentrismo e senso di superiorità che, in particolare in ambito radicale e libertario, segnano l’approccio alle lotte per l’autodeterminazione dei cosiddetti «popoli senza Stato». Ma crediamo che anche chi non avesse interesse alcuno ad allargare il proprio sguardo oltre i conflitti che lacerano le metropoli occidentali, avrebbe tutti i motivi per confrontarsi con quelle esperienze e quelle lotte da cui gran parte dei “nuovi proletari” d’Occidente provengono. Chiaramente, poi, quello che i curdi riusciranno effettivamente a realizzare è un’altra storia, che non dipende solo da loro. Dipende anche, e forse soprattutto, da quanto lo Stato turco continuerà a ricevere il sostegno dei governi occidentali grazie all’indifferenza dei loro “cittadini”. I curdi ce la stanno mettendo tutta per conquistare sul campo una vita diversa, su questo non ci piove. E su quel campo non crediamo proprio di aver le carte in regola per poter andare in giro a dar lezioni. Anzi. In particolare per noi – che come «Alpi libere» abbiamo individuato nel territorio che abitiamo, la montagna, l’ambito di intervento privilegiato per sperimentare percorsi di resistenza e liberazione – il confronto con simili esperienze costituisce un bagaglio di stimoli e conoscenze più che mai utile e prezioso.