Il rischio dell’ennesimo errore di valutazione

PAOLO GRISERI – Repubblica
PURTROPPO non è la prima volta che chi indaga su fenomeni di violenza collettiva si deve porre il problema dell’area di ambiguità, di consenso strisciante che sta intorno ai protagonisti della guerriglia. E non è la prima volta che la politica, dopo l’indignazione di facciata, scappa da una porta laterale, legittimando nei fatti coloro che il giorno prima aveva condannato a parole. Non tutti i politici sono così. Ma può accadere addirittura che chi sceglie di porre queste domande venga additato dai compagni di partito come un matto che ha smanie di protagonismo.
Megliogalleggiare nella pancia comoda delle maggioranze congressuali, nel mare magnum del «sì ma» che non dà fastidio a nessuno.Per i magistrati che indaganoogni commento è vietato e inopportuno. Non tocca ai pm sopperire anche in questo alle ambiguità della politica. Che ieri, per la verità, ha provato, almeno in parte,a battere un colpo. Con esponenti nazionali, come Pierluigi Bersani, e con amministratori locali come Roberto Cota e Piero Fassino. Tutti e tre hanno provato a superare il limite che ha caratterizzato le prese di posizione di questi ultimi mesi, da quando è iniziato lo stillicidio degli assalti al cantiere: la tentazione dell’equidistanza. Come se l’agente e l’operaio che lavorano e il black bloc che li prende a sassate fossero sullo stesso piano, ingaggiati in squadre contrapposte nel grande gioco circense della valle che resiste. E’ in quella equidistanza pilatesca che hanno galleggiato negli ultimi tempi i pesci di Chiomonte. E’ quella equidistanza che i partiti sono chiamati a superare.