LA DEMOCRAZIA NON ABITA AL CAMPO NO TAV”

Marco Imarisio – CorriereDellaSera
Dopo una notte come questa neppure lo Stato libero di Bananas tornerebbe indietro. Anche prendendo per buona la versione dei No Tav sui dubbi francesi in tema di Alta velocità, anche riconoscendo gli elevati costi dell’opera e la sua presunta inutilità: non esiste Paese al mondo che possa abiurare un progetto a forza di bombe carta e assalti a un cantiere. Neppure il nostro.Con l’arrivo dell’estate il sabato del villaggio No Tav è sempre uguale. Tornano i campeggi militanti, curiosamente vicini alle reti dell’odiato cantiere. Si riempiono di esponenti dell’area anarchica, di giovani nostalgici dell’Autonomia dei vecchi tempi. Poi nei giorni di festa si attacca in ogni modo, contando anche sul benevolo silenzio che circonda ciò che accade in quella lontana periferia boschiva. Il campeggio non viene mai presentato per quel che sembra a chiunque ci entri quando non è schierato il consueto, pacifico comitato d’accoglienza per gli ospiti illustri: un variegato punto di raccolta, una posizione strategica per le spedizioni notturne. Non sia mai. Non una anomalia democratica, anche piuttosto pericolosa, ma piuttosto un luogo dove si fa cultura, meta delle visite di artisti che rendono omaggio alla lotta di Davide contro il Golia statale. L’idea di un placido villaggio vacanze No Tav non è in conflitto con l’idealizzazione forzata del movimento fatta da chi è contrario all’opera e non può quindi accettare qualcosa di diverso da una rappresentazione a base di massaie e fieri paesani che difendono la loro terra. Ci sono anche loro, ma rischiano l’estinzione, come i panda.

Poi sabato notte capita che i villeggianti si presentino in cinquecento, a volto coperto, muniti del consueto armamentario e anche di fumogeni, novità che lascia intravedere un discreto livello di premeditazione. Capita che undici poliziotti si facciano male e tra loro vi sia Giuseppe Petronzi, dirigente della Digos di Torino odiato dai No Tav, in realtà uomo di raro buon senso. Così, per un fugace istante, il movimento No Tav appare nudo nelle sue contraddizioni, evidenti se c’è la voglia di osservarle. Il campeggio estivo è popolato di persone che vengono da fuori, attratte dal magnete dello scontro fisico contro le forze dell’ordine. La sua stessa esistenza dimostra lo sradicamento della lotta contro l’Alta velocità dalle ragioni originarie, giuste o sbagliate che siano. E le passeggiate notturne del sabato indicano un cattivo stato di salute. Nell’inverno scorso i No tav erano andati nelle piazze delle maggiori città italiane a far sentire le proprie tesi, a creare consenso. Il ritorno allo scontro diretto indica invece una regressione e rappresenta anche un discreto autogol in un momento favorevole, per via della crisi e dei dubbi francesi: perché mai lo Stato dovrebbe ascoltare un movimento incapace di isolare i più violenti al suo interno? Se lo facesse, nel giro di due minuti nascerebbero centinaia di altri gruppi pronti alle maniere forti per bloccare progetti indesiderati.

Naturalmente sulla Tav non è mai la cruda realtà a contare, ma la sua rappresentazione. La bomba carta è già stata derubricata al rango di petardo, che suona meglio. Con un anno di ritardo, Pier Luigi Bersani ha letto i fatti e non la vulgata che spesso ne viene data. Il segretario del Pd ha riconosciuto come quel che succede sia catalogabile alla voce «uso organizzato della violenza» e rappresenti quindi un problema per la democrazia. Qualcosa che riguarda tutti noi, non solo qualche poliziotto e carabiniere ferito. Il movimento No Tav e i suoi sostenitori non sono ancora riusciti a spiegare il connubio tra democrazia dal basso e lancio di bombe carta dall’alto contro uomini in divisa e gli operai del cantiere. Non si esprimono sul clima di intimidazione che si è instaurato in Valle. Sulle minacce e l’isolamento che circondano gli amministratori di diverso parere e le aziende locali coinvolte nel progetto, sui nomi e gli indirizzi di casa degli operai e dei dirigenti pubblicati come fossero una lista di proscrizione. Forse non ne hanno bisogno. Tra qualche giorno tutto sarà come prima, si tornerà a Davide contro Golia, agli eroi che sono sempre giovani e belli e combattono contro «l’occupazione militare». Ma bassa o alta che sia, fino a prova contraria, anche questi sono dettagli di non poco conto, quando si parla di democrazia.