L’ESTREMISMO E I CRONISTI

Ettore Boffano – Repubblica

«Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna…» (Toni Negri, “Il dominio e il sabotaggio”)

Conosco Meo Ponte come le mie tasche così come, credo, lui conosce me come le sue. Lavoriamo assieme dall’estate del 1982 e abbiamo sempre fatto soprattutto una cosa: i cronisti. Lui con una specializzazione ancora più nobile della mia: la “nera”, scuola di vita e di mestiere.

CREDO anche che, se esistesse mai un “dio della cronaca”, Meo sarebbe certamente tra i suoi sacerdoti. Penso dunque di poter capire, e con una certa autorità, perché lui non piaccia ai violenti e agli ideologi della violenza No Tav. Sino al punto da essersi meritato una foto e un attacco circostanziato (vigliaccamente anonimo: l’autore si firma “una carogna No Tav”) su un sito che è usato, dagli infiltrati dell’anarco-insurrezionalismo italiano e internazionale tra il popolo valsusino, per inneggiare alle proprie imprese illegali.
Un documento scritto in un dubbio italiano, la cui portata non va certo esagerata, ma neppure sottovalutata. In esso, chi scrive lancia messaggi precisi, dà a vedere di conoscere residenza, abitudini, persino opinioni e comportamenti professionali di Meo Ponte. Si allude addirittura a una sua passione, la motocicletta, e si lascia quasi intendere di essere in grado di poterlo avvicinare in qualsiasi momento. D’altra parte, nelle settimane scorse, non sono mancati episodi concreti di minacce a giornalisti o a persone vicine a chi, nel mondo della violenza No Tav, è considerato un “nemico”. Su questo giornale, quell’attenzione a Ponte, quell’embrione maldestro e un po’ parodistico di una sorta di “schedatura” dell’inviato di Repubblica, è già stato indicato con un giudizio preciso e significativo: un “messaggio mafioso”. Io non intendo discostarmi da quella presa di posizione, che condivido nella simbologia che riesce a evocare ma da parte mia preferisco usare termini e definizioni consoni a ciascuna situazione storica o contesto politico-sociale. Poiché ciò che è stato compiuto nei confronti del nostro collega risponde prima di tutto a registri ideologici precisi e non è una cosa nuova né tantomeno inconsueta nei linguaggi e nei metodi dell’estremismo violento italiano di sinistra. Oggi, nell’era della rete, avviene su un sito. Quarant’anni fa, invece, si manifestava sulle colonne di organi di stampa regolarmente registrati in Tribunale e distribuiti in edicola o su volantini “ciclostilati in proprio”. Identici, invece, erano e sono gli obiettivi: quei cronisti (non tutti, perché ce n’è sempre qualcuno che piace ai violenti e ai loro ideologi) che avevano e hanno il vizio di raccontare ciò che vedono: le biglie d’acciaio, le bombe carta, le maxifionde, il lancio di acidi ustionanti, aggressioni, tecniche e strumenti di guerriglia. E tutto ciò che, poi, le riprese tv rendono manifesto a tutti . Dispiace, invece, che il popolo No Tav non sappia isolare quei personaggi negativi e pericolosi per la propria battaglia culturale e politica. Questa, però, è la realtà oggi in Val di Susa e non è certo attaccando i giornalisti o mettendoli alla berlina sui propri siti (e soprattutto “avvertendoli!”) che la si cambia, la si fa diventare come la si vorrebbe, la si sottrae al giudizio di verità. Ma non c’è da stupirsi. È nel dna dell’estremismo violento italiano scegliere gli obiettivi sensibili tra chi fa informazione. In questo, i cattivi maestri della battaglia No Tav hanno messo già da tempo ogni cosa nero su bianco: «…Strumenti di questa operazione sono, in particolare, le pagine locali dei grandi quotidiani in Piemonte (La Stampa e la Repubblica) e del Tg3, con i relativi siti, sempre più simili a mattinali della Questura o a uffici stampa della Procura…». Gli stessi cattivi maestri che commentano – algidi e irresponsabili – la penetrazione della violenza nel movimento No Tav, respingendo ogni richiesta di chiarezza e di distinzione: «Per il movimento non si tratta, come viene ossessivamente ripetuto, di isolare i violenti”…». È questa la filosofia maligna che sta contagiando il movimento valsusino ed è questa la distruzione della verità che sta cercando di negare ciò che le violenze di sabato scorso hanno rivelato all’intero Paese: in Val di Susa, ormai, la parte del torto dei violenti ha conquistato una battaglia che era, invece, di molti.

P.S. Stupisce, su queste vicende, soprattutto il silenzio imbarazzato e imbarazzante degli intellettuali della sinistra antagonista torinese. E la loro mancanza di solidarietà nei confronti delle vittime dell’imbarbarimento del movimento No Tav, come dimostrano il ferimento di un saggio e democratico poliziotto italiano, il capo della Digos Giuseppe Petronzi, e l’intimidazione via internet a un inviato di Repubblica.