Una lobby torinese per Chiamparino

Alessandro Mondo – LaStampa
La rivolta di una parte del Pd contro le indicazioni del segretario Bersani, già evidente dopo la prima tornata di voti, è maturata con la seconda chiamata per il Quirinale con una chiara matrice torinese. Stefano Esposito, ricevuta l’indicazione di votare scheda bianca, ha preso in mano le redini della ribellione. «Non sono venuto a fare il Grande Elettore per non votare nessuno. O per farmi dire da altri che cosa devo fare», attaccava nel primo pomeriggio, annunciando – lui che renziano non è mai stato l’intenzione di votare comunque Sergio Chiamparino e di spingere il più possibile il nome dell’ex sindaco di Torino. Alla conta finale, Chiamparino passa da 41 a 90 voti.
La lobby torinese
In serata, Esposito traccia il bilancio della sua operazione di lobbing: «Ventotto dei nuovi voti di Chiamparino sono merito mio». Tra questi fa il nome di Gianluca Susta, di Stefano Lepri, di Andrea Orlando, di Matteo Orfini. «E non escludo che per Sergio abbia votato anche qualche esponente del Pdl: ho parlato anche con loro…». E poco importa che da Torino – dove i militanti di Sel manifesta in piazza Carignano contro Marini e una parte del Pd arriva a «occupare» la sede del partito – il segretario regionale Morgando mandi a dire che «le decisioni del vertice vanno rispettate, perché altrimenti ci si chiede se esiste ancora un partito». Tra i Grandi Elettori torinesi, per paradosso, la fedeltà totale alle indicazioni di partito per Marini è arrivata soltanto dal centrodestra.
Il centrodestra
Per l’ex leader della Cisl hanno votato Roberto Cota e Luca Pedrale, «ambasciatori» della Regione alla Camera. Ma una buona parte della pattuglia democratica si è rivolta altrove: Umberto D’Ottavio ha votato scheda bianca anche al secondo turno, ma di fronte al nome di Chiamparino non si scandalizza: «Marini era più “condiviso” nel centrodestra che tra noi – diceva dopo la prima tornata – Sergio è sulla bocca di tutti, e non è solo un nome di rottura…». Sulla stessa linea Wilmer Ronzani, il terzo «inviato» di Palazzo Lascaris a Montecitorio. «Mi è sfuggito il senso politico dell’operazione Marini – dice – non è in sintonia con quanto accade nel Paese. Altro che governo del cambiamento…». E Mino Taricco: «Chiamparino rappresenta la discontinuità chiesta dal nostro elettorato. Prima che la partita si chiuda otterrà altri consensi». Se la scommessa sull’ex sindaco, oggi presidente della Compagnia di San Paolo, continuerà si vedrà da oggi, alla terza votazione, l’ultima a maggioranza qualificata. Chiamparino, dopo la prima votazione, scherzava su se stesso, paragonandosi a Sophia Loren che raccolse qualche preferenza nel voto del 1992, quello che portò al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro. Dopo la seconda si è detto compiaciuto di aver raccolto il voto di politici che mai gli erano stati vicini, a partire da Esposito. E rilanciava la candidatura di Romano Prodi
Il rilancio 
Il neo senatore Esposito, intanto, da Roma alzava ancora l’asticella: «Che non sia un nome fatto per burla è evidente – dice – e non è neppure una candidatura soltanto torinese. E’ un nome che piace ai montiani, e non credo di dire un’eresia se sostengo che anche alcuni e berlusconiani potrebbero appoggiarlo. E’ un nome che rappresenta la buona amministrazione: una novità assoluta a questi livelli. Il partito dovrebbe tenerne conto, ammesso che esista ancora un partito. La mia lealtà è finita, ma non sono diventato renziano. Anzi, dentro il partito ho sentito cose terribili contro Franco Marini. E’ stato insultato con termini che non si sono sentiti neppure nei confronti di Berlusconi. E’ stato trattato con toni degni di uno stupratore seriale, quando lui è una persona per bene ».
Il fondatore 
Marini, tra l’altro, «è uno dei fondatori del partito», come ricordava ieri Morgando. Quello, però, era un partito diverso.