Una“sparata” da cattivo maestro

Ugo Volli – LaStampa

Gentile professor Vattimo, il 28 aprile scorso un certo Luigi Preiti cercò di sparare contro i politici al Quirinale e ferì invece un carabiniere. Aveva il diritto di farlo?Nessuno l’ha sostenuto, anche se il suo gesto esprimeva un’indignazione largamente diffusa nel Paese. Da anni in Valsusa si ritrova un gruppo di persone che tira bombe molotov e sassi contro i poliziotti, brucia mezzi, minaccia imprenditori e operai che lavorano alla Tav e politici che la pensano diversamente da loro. Hanno il diritto di farlo? C’è chi sostiene di sì. I centri sociali e i movimenti anarchici, naturalmente. Ma anche qualcuno ai piani alti della cultura, come lei, filosofo in pensione ma ancora parlamentare europeo e intellettuale noto. Lei non è nuovo agli scandali, a suo tempo dichiarò che «incominciava a ricredersi» rispetto alla condanna dei Protocolli dei Savi di Sion e che «forse il fascismo era meglio» della nostra democrazia. Questa volta ha sostenuto che «i blocchi stradali sono utili di fronte a un vuoto di democrazia, le inadempienze pubbliche giustificano forme di lotta non istituzionale; io non sono un violento ma appoggio le reazioni anche non legali contro le scelte di un Parlamento non legittimo, se non formalmente».

Le ragioni da lei avanzate sono la solita retorica del «movimento», dalla negazione pura e semplice dei fatti alla separazione fra «giustizia« e «legalità», dalla «mancanza di ascolto» al bisogno di «cambiare il mondo», fino al richiamo a un «esistenzialismo» un po’ futurista per cui «si vive per lottare». Leggere le sue dichiarazioni fa un’impressione assai penosa, come una giustificazione propagandistica che non si fa problemi. E invece una questione di fondo c’è: è ammissibile o no che qualcuno oggi in democrazia (non settant’anni fa contro i nazisti) usi la violenza per opporsi a una politica che non condivide? Hanno diritto Preiti di sparare e i No Tav di buttare bombe carta addosso alla polizia perché le cose non vanno come desiderano? Può un vecchio professore di filosofia decidere lui che un Parlamento regolarmente eletto non è «legittimo», che le decisioni degli organi di governo magari sono «legali» ma non «giuste», dato che le opinioni dei suoi amici non hanno avuto «ascolto», cioè non si fa a modo loro? Evitando di perderci nei cieli dell’esistenzialismo, proviamo a pensare che accadrebbe se si facesse come dice lei. C’è odio contro le tasse in questo Paese: va bene allora cercare di uccidere i funzionari di Equitalia? O solo prenderli a sassate? Molti sono i vegetariani: che fare se assaltano le macellerie? I roghi dei campi rom si possono giustificare con una certa diffusa antipatia per i nomadi? Oltre i No Tav ci sono, certamente più numerosi, i Sì Tav: avranno diritto per «lottare» di andare a devastare i campeggi dei loro avversari?

Come la filosofia (quella vera, non accecata dalla demagogia) sa almeno da Hobbes, questa è la ricetta sicura della guerra civile: la Siria, per intenderci. Salvo sostenere che non tutti gli esistenzialismi e le lotte sono uguali, e che la violenza è giusta solo se corrisponde all’opinione di Vattimo. Ma questa è la regola del totalitarismo, quella che Heidegger, il suo maestro, approvava sotto il nome di Führerprinzip. Grazie, ne facciamo volentieri a meno: della Siria, dei Führer, dell’esistenzialismo. E anche della violenza dei No Tav. Meglio di questa «giustizia« la banale «legalità» di un Parlamento eletto, di amministrazioni che decidono secondo le procedure, di una polizia che blocca i violenti, di una magistratura che li giudica secondo le leggi.