La Tav adesso non c’entra più

Goffredo Pistelli – ItaliaOggi

Sarà perché è nato a Santena (Torino), non lontano dal castello in cui crebbe Camillo Benso conte di Cavour, l’uomo che voleva fare l’Italia ma capiva quanto fosse importante fare anche gli italiani, ma Stefano Esposito, classe 1969, senatore Pd, è uno dei pochi, pochissimi, che parla di infrastrutture in politica senza vergognarsene.

Anzi, su quella che l’infrastruttura con la «i» maiuscola, la ferrovia ad alta velocità fra Torino e Lione, Esposito s’è impuntato di ribattere colpo su colpo all’agguerrita propoganda NoTav, sfidando i siti, ma anche i cortei, e controinformando senza tregua con il suo SiTav, sigla col quale riunisce qualche altro politico democrat (non troppi per la verità), per quanto il Pd, a Torino come in Piemonte, sia a favore dell’opera senza se e senza ma.

Domanda. Senatore, il filosofo ed eurodeputato vendoliano Gianni Vattimo ha paragonato i NoTav agli egiziani in piazza. Ma che succede?

Risposta. Intellettuali da ombrellone, li ho chiamati, ma fossimo stati d’inverno li avrei definiti da pista di sci. Al plurale perché c’è stato anche Erri De Luca, con l’apologia del contadino valsusino che difende la sua terra. C’è un pezzo di intellettualità nostalgica di un mondo che non c’è più, degli anni 70, della disperazione, degli autoblindo per strada come a Bologna nel 1977, e che utilizza la Val di Susa.

D. Nostalgia di una società in cui si scontrava anziché confrontarsi…

R. È un neointernazionalismo d’accatto, il treno non c’entra più nulla. Ormai tutto è finalizzato a colpire la Procura di Torino, il procuratore capo Gian Carlo Caselli, le forze dell’ordine che, sulla violenza di certi comportamenti, hanno da tempo registrato le frequenze e applicano la legge inflessibilmente. E con le loro indagini dimostrano quello che, già qualche anno fa, scrivevo.

D. Vale a dire?

R. Che in Val di Susa si vanno concentrando anarcoinsurrezionalisti ed autonomi, la protesta antiStato, italiana e non solo. L’Alta velocità è solo un pretesto ormai.

D. E anche la lotta ambientalista, visto che, come ha scritto recentemente la cronaca torinese di Repubblica, il raddoppio del traforo del Frejus, con un tunnel che si scava nello stesso periodo, non desta nessun interesse.

R. E pensi che è la stessa montagna, le stesse tecniche di scavo, lo stesso tipo di talpa. Non solo, aumenterà enormemente il traffico su gomma in tutta la valle. Considerando quanto siano inquinanti i Tir, una vera prova di ambientalismo. E pure se va sulla pagina Facebook di Sandro Plano, il presidente della Comunità montana e acceso NoTav, leggerà che sono favorevoli a quel traforo perché è importante mettere in sicurezza l’autostrada.

D. Lei non ci crede, mi pare di capire.

R. Io osservo anche che uno dei docenti del Politecnico di Torino, che sostiene la protesta NoTav è consulente della Sitaf, la società del gruppo Gavio che gestisce quell’autostrada. I duri contro l’Alta velocità sono paladini del traffico su gomma.

D. Per tornare a Vattimo, non ha fatto solo l’apologia delle sassate, ma si è recato il carcere a trovare un arrestato, dichiarando come suoi collaboratori due militanti NoTav, denunciati entrambi per le proteste. Uno era Luca Abbà, noto per aver rischiato di morire fulminato su un traliccio su cui era salito per protesta.

R. Un episodio davvero grave, perché la prerogativa parlamentare dell’ispezione alle carcersi è importantissima, così Vattimo la sputtana.

D. L’anno scorso il suo ex-collega alla Camera, il pidiellino Renato Farina, si è preso tre anni per falso in atto pubblico, per aver introdotto a S.Vittore, spacciandolo per collaboratore, un tronista amico di Lele Mora. Almeno non era un denunciato…

R. Certo, lo ricordo. Ho chiesto che la Procura di Torino faccia piena luce su questo episodio e credo che le responsabilità di Vattimo saranno verificate anche perché quella stessa procura è stata tra le prime a interrompere il «giochino» delle visite di parlamentari e consiglieri regionali ai detenuti coi giornalisti al seguito. Gli eurodeputati non stanno sopra la legge.

D. Non c’è mai stato un momento in cui, confrontandosi coi NoTav, ha pensato che un dialogo ci potesse essere?

R. Ho un confronto normale con persone contrarie all’opera ma che rinunciano a priori a ogni forma di violenza. Con quelli, coi militanti, no, mai. Alcuni li avevo contro in università ai tempi della Pantera, altri come Plano, fanno i propri interessi politici sul territorio. Comunque i valligiani non c’entrano più: all’ultima manifestazione erano 1.500, di cui due terzi che venivano da fuori.

D. A settembre c’è un’altra manifestazione, però.

R. Già e Gianroberto Casaleggio ha preconizzato un autunno di proteste sociali, non vorrei fossero prove generali.

D. Più in generale, al di là del tema violenza, in tutt’Italia pare l’ora dei Nimby (Not in my back yard, non nel mio cortile, ndr). Bloccato l’elettrodotto del Brenta, stoppato il revamping di un cementificio nel Padovano tanto che Italcementi ha finito per chiuderlo. C’è un pensiero «anti-infrastrutturale» e anti-industriale che pervade tutto…

R. Vedo un paese che non ha una classe politica degna di questo nome. Che non ha le palle, mi scusi.

D. Prego…

R. Ma anche una classe intellettuale e una classe giornalista che tendono riconcorrere tutte la manie, l’iperqualunquismo, la super-sindrome nimby, contro l’infrastrutturazione del Paese. Alimentano la favola che se ne possa fare a meno. Se si fanno con la sensibilità del terzo millennio e non con lo spirito degli anni ’60, le infrastrutture sono indispensabili e hanno un impatto keynesiano sull’economia e sul lavoro.

D. Da un po’ di tempo, le hanno assegnato una scorta. Non s’è mai detto il classico: «Chi me l’ha fatto fare?».

R. Ogni tanto c’è un po’ di amarezza. A volte non riesci a spiegarlo a casa (Esposito, aspetta il terzo figlio dalla compagna, ndr) ma cerco di far politica a partire dalla cose in cui credo. E l’amarezza è aumentata dal fatto che non abbiamo una legge elettorale misuri la forza di queste battaglie. Ci fossero le preferenze su collegi ampi, prenderei valanghe di voti. Pensi che in pochi giorni, dopo gli ultimi fatti, mi hanno scritto almeno 10 elettori delusi del centrodestra, dicendo: «Senatore, col suo impegno su legalità e lavoro, cambieremmo il nostro voto».

D. Di solito, solo Matteo Renzi riesce a pescare altrove.

R. È la sua grande forza anche se, come sa, non lo sostengo. Perché sa allargare il campo, il limite del Pd è tenersi il proprio pezzettino.

D. Per quanto, sulla Torino-Lione, durante le primarie, avesse dato l’impressione di ripensarci.

R. È la ragione per cui non sto con lui, perché non scevro da atteggiamenti un po’ populistici. È uno di quelli che pensa siano Twitter o Facebook a dirci cosa pensano gli Italiani. Se stessi a questi termometri, dovrei smettere di fare politica ma consumando le suole per incontrare gente, trovo solo chi mi dice: «Vada avanti».

D. Però il suo partito, che qualche anno fa aveva una politica sulle infrastrutture e sull’industria molto netta, oggi tentenna. Forse anziché un documento Francesco Boccia sulle larghe intese da far sottoscrivere ai candidati segretari, ce ne vorrebbe uno sulle infrastrutture.

R. Sto osservando Deborah Serracchiani, nuova responsabile infrastrutture…

D. Che, appena eletta governatrice, era corsa a dire che la Tav non si sarebbe più fatta in Friuli…

R. Ha corretto molto il tiro, anzi guardo con fiducia il suo impegno perché mi sembra che stia seppure provando a rimettere in fila qualche elemento.

D. Lei si è azzuffato con altri suoi compagni di partito, Laura Puppato e Pippo Civati.

R. Hanno minacciato di querelarmi perché ho detto che si mettono dalla parte dei violenti. Querelino pure ma non ho trovato una solo loro nota di solidarietà a Procura e forze dell’ordine.

D. Sulle infrastrutture ci vuol coraggio, come ha detto lei prima, usando un’altra espressione

R. Esatto. Sto leggendo proprio Ritratti del coraggio, un libro che scrisse John Kennedy negli anni ’50.

D. Senatore, ma lei è un dalemiano non un veltroniano. E mi fa il kennediano?

R. Non scherzi, è il ritratto di otto senatori che hanno fatto la storia degli Stati Uniti intorno al periodo della guerra di Secessione, perché seppero andare contro anche ai propri elettori. Oggi ci manca questo: sono tutti pronti a capire che cosa dicono in quel paesino, quei cento elettori che potrebbero tornare utili.Così non si va da nessuna parte e non è così che procede un vero partito riformista quale dovrebbe essere il Pd.

D. Lei questo coraggio lo ha avuto?

R. Sono il papà dell’inceneritore di Torino. Nel 2003, Sergio Chiamparino mi chiamò facendomi amministratore delegato della società che doveva localizzare il sito e avviare la procedura. Dopo 18 mesi, tornai da lui con l’indicazione del sito di Gerbido (To).

D. E si è fatto?

R. Certo, sono partiti i collaudi due mesi fa. Ci sarebbe da dire sul fatto che, poi, ci sono voluti 10 anni per farlo, ma siamo in Italia.

Esposito è una persona normale: sul suo sito ha messo i redditi e situazione patrimoniale da quando è entrato in politica a tempo pieno, nel 2008. Aveva cominciato da ragazzino nei giovani comunisti della Fgci, poi era diventato capogruppo dei Ds in Provincia. Dal 2001, è dipendente della Prefettura, «avendo vinto un regolare concorso». Nella vita, oltre per la compagna e per i figli, ha una passione enorme per Bruce Springsteen, di cui ha visto 29 concerti, e per le moto. «Ma ora con la scorta è più difficile andarci».