VIOLANTE E IL SIGNOR B.

Ettore Boffano – Repubblica

« TUTTI i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge» (Costituzione Italiana, articolo 3)

L’incontro promosso oggi dai senatori piemontesi del Pd con Luciano Violante è stato deciso, spiegano i suoi promotori, per reagire agli attacchi («Venati di grillismo, anche quando provengono da militanti ed elettori del Pd») che, soprattutto sui social network, hanno travolto l’ex presidente della Camera reo di aver affrontato il tema della decadenza di Silvio Berlusconi, esprimendo il parere secondo cui il capo di Forza Italia sarebbe legittimato a invocare l’intervento della Corte Costituzionale per stabilire o escludere la retroattività riguardo alla propria condanna della Legge Severino. Violante ritiene che ciò sia possibile e che sia nei compiti della Giunta del Senato assumere l’iniziativa di un ricorso alla Consulta. I suoi detrattori, forti anche della posizione ufficiale del partito e del segretario Guglielmo Epifani, definiscono invece la posizione del giurista ed ex parlamentare torinese (uno dei saggi scelti dal Quirinale e da sempre vicino al presidente Napolitano) come un sotterfugio o, peggio ancora, come una manovra «per salvare il Cavaliere ».

I SENATORI che hanno chiesto a Violante di incontrarlo oggi pomeriggio assieme ai dirigenti democratici piemontesi, pur dichiarandosi tutti favorevoli alle indicazioni di Epifani, spiegano però di non ritenere accettabile un metodo di confronto giocato soltanto sulla denigrazione delle idee che non si condividono o addirittura sull’insulto nei confronti di chi le esprime.

Non è questa la sede per affrontare le questioni giuridiche in ballo, tutte molto complesse. La stessa scuola giuridica torinese ha espresso in questi giorni pareri molto diversi e contrastanti, sostenuti da giuristi e costituzionalisti autorevoli come Mario Dogliani, Andrea Giorgis e Gustavo Zagrebelsky. Proprio quest’ultimo, già presidente della Corte Costituzionale, in una pacata ma ferma intervista a «Repubblica», martedì scorso aveva svolto un disilluso e lucido ragionamento sulla necessità che alla prassi «illegale» radicatasi in Italia durante l’ultimo ventennio politico — profondamente segnato e geneticamente modificato dal conflitto d’interessi e dalle norme ad personam — non si aggiunga anche l’utilizzo delle argomentazioni e delle sottigliezze giuridiche per evitare che il Parlamento stesso si sottragga al dovere di applicare la legge uguale per tutti i cittadini.

La vicenda Violante, però, e il confronto che avverrà oggi nel suo partito, si prestano a un breve ragionamento sui vizi della politica attuale e sulla degenerazione dei partiti. Chi ha conosciuto la vita di quegli organismi durante la Prima Repubblica e anche il loro degrado etico, non puònon ricordare come la loro esistenza fosse incardinata su criteri che nascevano dall’esercizio democratico del mandato politico. Il dibattito e la discussione, anche aspri e polemici, l’incarico a chi era giudicato esperto e preparato sulle singole questioni di proporre tesi e soluzioni e, infine, la disciplina di partito una volta raggiunta la maggioranza delle opinioni.

Un percorso che, dispiace dirlo, non può essere demandato né alla comunicazione unilaterale e alla pressione mediatica dei social network né tantomeno all’invettiva. Meno che mai alle accuse di «tradimento » che non tengono conto della storia personale e politica di chi sostiene gli argomenti anche più controversi. La vicenda politica e prima ancora giudiziaria di Luciano Violante, è bene ricordarlo, ha avuto alungo Torino come fulcro della sua azione di magistrato e poi di parlamentare di Pci, Pds, Ds e infine del Pd. Vicende ormai lontane, spesso anch’esse fautrici di scontri e di divisioni, che videro l’ex presidente della Camera al centro di polemiche durissime. L’inchiesta condotta come giudice istruttore contro il presunto «golpe bianco» della medaglia d’oro della Resistenza Edgardo Sogno, il suo ruolo nella gestione politica e nel sostegno all’impegno della magistratura e delle forze dell’ordine contro l’emergenza del terrorismo rosso, il ruolo di relatore per la richiesta di messa in stato d’accusa del Capo dello Stato Francesco Cossiga, la presidenza della commissione parlamentare Antimafia nei giorni delle stragi in cui morirono Falcone e Borsellino.

Il Violante d’allora non veniva bollato come «traditore», ma piuttosto come avversario del garantismo e come stratega delle «toghe rosse». C’è discontinuità tra quelle due epoche oppure è doveroso rispettare comunque l’esperienza di un politico e di un giurista che ha avuto un ruolo e continua ad averlo nella riflessione culturale della sinistra italiana sui temi delle istituzioni e della giustizia? Il dibattito di oggi pomeriggio può avere un significato in tutto questo: restituire al Partito Democratico la prassi del confronto e della discussione, seguiti da una decisione che deve poi essere sorretta dalla disciplina del mandato politico. Che innanzitutto, e anche Violante non può pensarla diversamente, dovrà seguire in Parlamento la stella polare del principio costituzionale secondo cui la legge è davvero uguale per tutti.