Virano attacca “Sulla Tav troppe bugie”

Luigi La Spina – LaStampa
È un momento molto delicato per il progetto della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Mentre la «talpa» comincia a scavare il tunnel di servizio, sembra che l’egemonia del movimento «No Tav» sia ormai passata dalla popolazione valsusina alla frange più radicali , con atti intimidatori nei confronti di chi non è contrario all’opera o di chi ci lavora che incominciano a suscitare l’aperta reazione delle vittime. Nel frattempo, alcuni intellettuali, come ad esempio il filosofo Gianni Vattimo, il poeta Erri De Luca, il magistrato Livio Pepino si sono dichiarati convinti sostenitori della protesta, arrivando anche a giustificare, in qualche modo, le forme violente in cui talvolta si manifesta. Una situazione, insomma, allarmante, come l’ha definita anche il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli e di cui parliamo con Mario Virano, l’architetto presidente dell’«Osservatorio», l’organismo tecnico che, prima, ha cercato di rispondere ai dubbi espressi dalle amministrazioni locali e di accogliere le loro osservazioni, modificando il progetto iniziale e, ora, deve sorvegliare la realizzazione dell’opera perchè rispetti il piano approvato.

Alcuni, come ha scritto Gianni Vattimo ieri sulla «Stampa», motivano la protesta anche violenta contro la Tav con l’accusa di aver escluso dalla consultazione tutti i sindaci che non erano d’accordo con l’opera.

«E’ una palese non verità quella del mancato coinvolgimento, così come quella di aver proceduto con i sondaggi senza il consenso. È successo, invece, che i comitati si sono messi contro gli stessi sindaci che, attraverso i loro tecnici, avevano avallato quei sondaggi. Poi, nel 2010, palazzo Chigi invitò ai lavori dell’Osservatorio tutti i 50 sindaci potenzialmente interessati al progetto, ma 13 respinsero la convocazione, dichiarando di essere pregiudizialmente contrari all’opera. Rifiutare di avvalersi di questo organismo di consultazione è cosa ben diversa dall’esserne stati esclusi. Se non avessi stima per Vattimo nel suo ruolo di filosofo, direi che mente sapendo di mentire; invece, penso che sia male informato dai consiglieri che, negli ultimi tempi, gli si affiancano».

Questa lotta «No Tav» sembra ormai diventata il coagulo strumentale di una contestazione simbolica, più generale, si potrebbe dire come una volta, «al sistema». Condivide tale impressione?

«C’è un paradosso: più il progetto si è “territorializzato”, cioè ha fatto i conti con i reali problemi della valle, con il concorso attivo dei Comuni effettivamente interessati ai lavori e più il movimento ha perso i contatti, ha tagliato le sue radici dirette con quel territorio. Il punto di svolta è stato il fallimento di quella grande marcia che, nell’estate 2011, doveva spazzare via, solo con la forza del numero dei partecipanti, il cantiere della Maddalena a Chiomonte. Allora, hanno deciso di portare l’Italia a Chiomonte, chiedendo un robusto rinforzo dall’esterno e non andando troppo a vedere chi arrivava. Io sostengo, da tempo, che non ci sono stati infiltrati, ma invitati. Così, le frange violente presenti a livello nazionale e, in parte, internazionale hanno avuto buon gioco ad assumere la leadership del movimento, espropriando, di fatto, la guida dei sindaci».

E questi sindaci che ruolo svolgono oggi?

«Sono diventati dei balbettanti fiancheggiatori, giustificatori. Organizzano occasioni di stemperamento dei fatti violenti. Avrà visto che, alla violenza, seguono manifestazioni pacifiche. Qualche volta le manifestazioni pacifiche scappano loro di mano. Questo quadro non corrisponde al sentire diffuso nella valle, neppure tra quelli che sono profondamente contrari all’opera, ma sanno che c’è un limite che non va superato».

Il procuratore Caselli ha evocato il terrorismo «Condivido in pieno. Caselli evoca non il rischio remoto, ma la presenza, già in atto, di fenomeni terroristici. Rispetto al tempo di fine anni 70, l’unica differenza ancora, e mi auguro che rimanga tale, è l’uso delle armi da fuoco. Ma le bombe molotov e altri mezzi simili d’attacco sono purtroppo prodromiche di quel clima».

Al di là delle proteste violente, si contestano, però, l’inutilità dell’opera, i danni all’ambiente, gli enormi costi «Credo che alla base di queste accuse ci sia la non conoscenza dei fatti reali. Molti parlano per stereotipi, altri per pura propaganda allarmistica. De Luca dice che, quando è in gioco l’integrità del territorio e la salute dei cittadini, tutto è lecito. Peccato che il progetto sia estremamente rispettoso,riduca al minimo gli interventi, perchè ci sono 12 chilometri di galleria profonda, movimenti materiale di scavo, inferiore a quello prodotto dal metrò di Torino, che verrà trasportato solo in ferrovia e tutti i cantieri siano organizzati come stabilimenti industriali, con le lavorazioni al chiuso. Che cosa si può fare di più? In Europa non esiste un’opera costruita con garanzie simili, sottoposta a una doppia valutazione di impatto ambientale. Quindi, pericoli per la popolazione non ce ne sono, nella maniera più assoluta».

Si dice anche che è un’opera inutile e costosa, perchè il mercato, per questo traffico merci, non c’è. La linea era stata progettata anni fa, quando si pensava al famoso «corridoio 5», ormai naufragato, e quando la crisi economica non c’era.

«Non è vero che l’attuale progetto sia maturato vent’anni fa. La “rete mediterranea europea”, così è stato modificato il vecchio “corridoio 5”, è stata approvata il 19 ottobre 2011. Si considera la Torino-Lione un pezzo fondamentale delle 10 priorità decise dai 27 paesi della Ue, ecco perchè sarà finanziata dall’Europa al 40 per cento. Il valore importexport dell’Italia con i paesi del quadrante ovest europeo rappresenta il 40% dell’intero interscambio dell’Italia con tutti i 27 paesi dell’Unione. Con una particolarità: sulla direttrice francese, al contrario di quella tedesca, prevalgono le nostre esportazioni rispetto alle importazioni. Il traffico merci con l’ovest, perciò, è per noi molto importante. Quella che è in crisi è la modalità ferroviaria, non il mercato, dal momento che riguarda solo l’8% del totale, contro il 31 dell’asse tedesco e il 64 di quello svizzero».

Come mai è così ridotta?

«Per forza! Il tunnel di Cavour è stato progettato nel 1856, è tra i più alti d’Europa, ha pendenze del 32%, è il più angusto e, perciò, i costi di trasporto sono superiori del 50% rispetto ai nostri competitori. Ecco perchè la linea storica è fuori mercato. Ormai, i treni sono convenienti solo se vanno in pianura. Se non rispettiamo questa regola, quel nostro 8% non solo non crescerà, ma è destinato a morire».

Alcuni, pure non estremisti, chiedono di riaprire la discussione. Forse si potrebbe parlare, così, dei problemi concreti e non di paure infondate. Non potrebbe essere utile la cosiddetta «moratoria»?

«C’è una ipocrisia di fondo in queste richieste. Non c’è una proposta negoziale alternativa da discutere. Perché o si accetta il loro pregiudiziale no all’opera, oppure, se dopo averli ascoltati, si decide comunque di procedere, questo sarà considerato un vulnus irreparabile, motivo per giustificare qualunque reazione. Vorrei ricordare un episodio: quando ci fu un incontro con i sindaci svizzeri interessati a un traforo nel loro paese, l’allora leader dei no Tav, Antonio Ferrentino, domandò come votarono gli abitanti dei loro Comuni al referendum nazionale che decise il sì all’opera. Gli fu detto che tutti votarono “no”. “E voi avete lasciato fare il valico senza opporvi?”, replicò Ferrentino. Con un sorriso, un sindaco svizzero gli rispose: “Caro amico, questa è la democrazia”».

«Il punto di svolta è stato il fallimento della marcia che, nel 2011, doveva spazzare via il cantiere solo con la forza del numero dei partecipanti Da quel giorno hanno chiesto rinforzi da fuori» «Molti sindaci sono diventati dei balbettanti fiancheggiatori. Organizzano occasioni di stemperamento dei fatti violenti che spesso sfuggono loro di mano» «Il procuratore Caselli evoca non il rischio remoto, ma la presenza, già in atto, di fenomeni terroristici» «L’allarme ambientale? Stereotipi, o pura propaganda allarmistica: il piano riduce al minimo gli interventi» «La Tav è un pezzo fondamentale delle dieci priorità decise dai 27 Paesi della UE: l’Europa la finanzierà al 40 per cento»