Sul web senza paura degli insulti ma non si delega ai portaborse

Elisa Barberis – LaStampa
Renzi insegna, nell’era della politica 2.0 essere ben visibili sui social network significa esistere. Soprattutto in tempi di campagna elettorale. «Ma i candidati non sperino di raccogliere consensi attraverso Facebook e Twitter, perché rimarranno profondamente delusi». Con i suoi quasi cinquemila amici e oltre 3.600 follower, il senatore democratico Stefano Esposito sul web è una piccola star. La sua forza è che, di certo, non le manda a dire e che gestisce ogni commento personalmente: «Delegare ad assistenti e portaborse è una follia».
Critiche e insulti
I suoi post più politici non hanno mai meno di centinaia di «mi piace» e decine di commenti, ai quali risponde uno per uno. Nessuna pagina fan, ma un profilo privato aperto a tutti: «Lascio la mia bacheca a disposizione di chiunque. Accetto qualunque critica, ma rispondo con la stessa moneta a chi mi insulta. E in casi estremi, se ripetuti, cancello il contatto, ma si tratta di una tantum».
Era il 2007 quando Esposito è sbarcato sul social network di Zuckerberg. Obiettivo, capire gli umori dei suoi elettori, la loro opinione sull’attualità, raccogliere consigli, stimolare riflessioni. «Con il venir meno dell’organizzazione tradizionale dei partiti, bisogna usare tutti gli strumenti a disposizione per annusare l’aria» spiega.
Giorno dopo giorno, post e tweet sono diventati imprescindibili, senza esagerare però: «Mai più di due o tre, altrimenti non si lascia il tempo di sedimentare il messaggio». E non ha paura di utilizzarli pure in modo aggressivo: «La politica è anche questo, è confronto, molto spesso aspro. Se vuoi stimolarlo, devi offrire la possibilità di un dibattito senza rete, oppure diventa un compitino, legittimo, ma non è ciò che mi interessa». Non a caso Tav, lavoro, Grillo e Renzi sono le sue quattro parole chiave, quelle che utilizza più spesso. Argomenti che di sicuro non strappano sempre applausi. «Sul web non è molto diverso dall’incontro vis-à-vis: quando parli la gente ti assale – continua il senatore –. Se risulti timoroso o ti giri dall’altra parte, finisce lì. Se rispondi, in alcuni casi trovi il modo di dialogare davvero sul merito delle questioni. La piazza virtuale ha molti aspetti di quella reale, dipende da come la si è sempre vissuta».
Non solo campagna
I social sono mezzi di comunicazione, non di costruzione di consenso, su questo Esposito è chiaro: «Esserci è necessario, se non fosse altro perché raggiungi una platea molto più vasta che vive sulla Rete. Questa è la premessa. Il punto, tuttavia, è riuscire a dare una risposta costante, che richiede tempo e fatica». Dei tanti che partono con violenza e offese gratuite, quasi un terzo cercano un dialogo privato: «Segno che il web è davvero in grado di essere uno strumento di relazione politica. Immaginare però di fare campagna elettorale solo sul web – conclude –, questo no, vuol dire di non aver capito nulla».