L’assedio Atac al Comune prima prova del Marino-ter Esposito sta con gli autisti

GIOVANNA VITALE – Repubblica
ROMA. Al settimo cielo. Con il sole in tasca ma pure qualche fulmine, scagliato contro i parlamentari del suo partito, piazzati in giunta dal Nazareno. Per far capire subito chi comanda. Novello Cesare Augusto, cui l’aula del Campidoglio è intitolata, dopo la battaglia di Azio che pose fine alla contesa di Marco Antonio sull’impero e alla guerra civile romana. Perché in fondo un po’ reduce si sente davvero, Ignazio Marino, in questo primo giorno da sindaco sopravvissuto al fuoco amico: alle battute del premier che lo voleva fuori, alla rivolta di Sel deciso a portare il Vietnam in consiglio, ai magheggi di una burocrazia troppo spesso infedele.
Una vittoria per nulla scontata, sofferta e incerta fino all’ultimo istante, ottenuta tenendo la barra dritta anche quando tutto sembrava perduto e il vento gonfiava le vele dei nemici. «Ma io neanche per un attimo ho temuto di non farcela, sono temprato da ore e ore passate in sala operatoria, le sfide sono il mio pane quotidiano, la sconfitta è un termine che il mio vocabolario non contempla », dice con aria marziale varcando con insolito ritardo, per la prima volta da mesi, il portone di Palazzo Senatorio. «Sereno e motivato come non l’ho visto mai», sussurra l’ex pm Alfonso Sabella, che da assessore alla Legalità è diventato il suo braccio operativo, un’ombra che lo segue dappertutto, l’elisir di lunga vita (politica) dopo il terremoto Mafia Capitale.
«Sono ancora qui», sorride quando, alle 10,30 del mattino, il chirurgo dem si affaccia nel suo studio con vista Fori. «Sto benissimo e ho voglia di combattere» replica a colleghi e collaboratori che lo cercano per complimentarsi, sapere come va. Addirittura raggiante per le dichiarazioni di Laura Boldrini e del ministro Delrio («È giusto che ci riprovi a riconquistare la fiducia dei romani»), al quale invia subito un sms per dire grazie. Un ottimismo tuttavia fin troppo ostentato per essere reale.
Non ha gradito, Marino, la lettura dei giornali che lo dipingono come un sindaco dimezzato, eterodiretto: il ventriloquo di quel Matteo Orfini che con l’avallo di Renzi gli ha dettato i nomi dei nuovi assessori. «Non mi sento per niente commissariato», taglia corto a chi domanda se l’arrivo dei due “ascari” spediti dal presidente del Consiglio in funzione di controllo e raccordo con il governo gli abbia creato qualche problema. «Macché, ho uno splendido rapporto con entrambi, Causi ed Esposito li ho scelti io». Fatto sta che, nel giro di qualche ora, riesce a litigare prima con uno e poi con l’altro.
Con l’incontenibile senatore Esposito discute subito. Oggetto: la sospensione comminata da Atac all’autista che aveva postato su Youtube una videodenuncia sulle insopportabili condizioni di lavoro in azienda. «A me pare una cazzata», reagisce a caldo il neo-assessore ai Trasporti: «È una scelta che aumenta la conflittualità, spero che i vertici ci ripensino, questo ragazzo non ha commesso crimini particolari, anzi ho deciso di incontrarlo». L’esatto opposto della linea dura invocata dal sindaco che, infastidito dalle domande dei cronisti sull’argomento («Chiedetelo a un politicante del secolo scorso, non a me»), attacca: «In questa città purtroppo in passato è accaduto, e continua ad accadere, che quando qualcuno deve essere punito o licenziato arrivi la telefonata del politico che dice “no, ha fatto la campagna elettorale per me”. Ma a me non me ne frega niente: se fa bene, se fa male, viene giudicato per quello che fa».
Un duello a distanza proseguito in diretta nel corso della telefonata di chiarimento mutata presto in burrasca: «Ma come fai a dire certe cose? Tu vuoi violare la legge!» urla nella cornetta Marino. «Al contrario, io voglio che le regole vengano rispettate, ma potrà accadere solo quando verrà ristabilito quel clima di serenità che in questa città manca da tropo tempo», ribatte con la consueta veemenza Esposito. Ha visto coi suoi occhi, il senatore-assessore, che per lasciare il Campidoglio assediato dalla protesta degli autisti, il sindaco ha dovuto utilizzare l’uscita delle Lance, quella nascosta, laterale, che attraverso il museo bypassa la piazza per sboccare sulla discesa dei Fori.
Il segnale di un nervosismo che neppure la firma del protocollo d’intesa fra Roma Capitale e l’autorità Anticorruzione riesce a placare. E ciò nonostante le parole di stima espresse da Cantone per la collaborazione offerta dall’amministrazione sui temi della corruzione. «Intorno a me respiro finalmente un’aria diversa», sussurra sollevato Marino a Sabella, «siamo una bella squadra, riusciremo a fare grandi cose. Ma dobbiamo accelerare». La faccia buona di una medaglia che, girata, esibisce però un ghigno di dispetto. Mostrato anche a Marco Causi, il numero 2 di fiducia del premier, al quale con un’ordinanza ha depotenziato la delega al Bilancio, avocando a sé il controllo e il coordinamento strategico delle società e degli enti partecipati, fino a qualche giorno fa in capo alla Scozzese.
Una mossa non esattamente concordata. Perché è vero che il deputato dem aveva chiesto, per via del doppio incarico, di essere sollevato da qualche incombenza, ma quel che auspicava era liberarsi del Personale, che a sorpresa gli avevano affibbiato, gravato per di più da una difficile trattativa sul salario accessorio che da oltre un anno oppone la giunta ai 24mila dipendenti comunali. Tutto dunque si aspettava, Causi, tranne che dover rinunciare alle municipa-lizzate, uno dei pilastri di quel piano di rientro voluto dal governo e proprio alle sue mani affidato. Ma Marino ieri è stato chiaro: «Ora farò vedere io di cosa sono capace».