La strategia del ricatto non funziona più: Quella gara va fatta

Paola Italiano – LaStampa

Il senatore Stefano Esposito (Pd) da anni porta avanti la battaglia per le gare pubbliche alla scadenza delle concessioni autostradali. Ed è stato il primo a tuonare contro l’ipotesi di revoca degli abbonamenti alla tangenziale che si delineava dalla lettera inviata da Ativa al ministero dei trasporti.
Senatore, Ativa dice che non avevano intenzione di revocarli, è sollevato?
«La lettera non sembra proprio una richiesta di parere: è una comunicazione di una decisione presa. Se poi fanno un passo indietro, meglio. Ma quello che ora conta è che devono capire che i tempi sono cambiati e che la strategia del ricatto non funziona più, perché questo governo ha fatto quello che finora nessuno era riuscito a fare: mettere a bando le concessioni autostradali, fare anche in questo settore una vera liberalizzazione».
Il rischio di un contenzioso legale lunghissimo, il cui esito non è scontato, non la preoccupa?
«Io sono fiducioso. E, comunque, si decida sul contenzioso e intanto si vada avanti con la predisposizione del bando per la gara».
Per Ativa il project financing era la soluzione migliore, anche perché prevede una gara, perché per lei non è così?
«Con il project financing chi propone il progetto, in questo Ativa, è enormemente avvantaggiato, perché ha il diritto di prelazione. Se qualcuno presenta una proposta più conveniente, basta che Ativa si adegui, e la gara la vincerà comunque. Quindi no, non è il più conveniente: ora ci sarà il tavolo per capire quali opere saranno autorizzate, ma poi ci deve essere la gara».
La Città metropolitana detiene circa il 18% delle quote di Ativa, con la gara e una nuova società l’ente pubblico rischia di essere escluso dalla gestione. Vuol dire sacrificare l’interesse pubblico?
«L’interesse pubblico si realizza con una concorrenza reale e procedure trasparenti. E, se vogliamo dirla tutta, la partecipazione pubblica in Ativa è ampiamente sottostimata, perché parliamo di reti autostradali che erano state realizzate e pagate dalle casse dello Stato, che poi le diede in gestione ai privati. Era il 1954, allora si faceva così. Ma da allora, quanti soldi hanno guadagnato queste persone?».
E la quota pubblica?
«Ma nessuno vieta a un Ati che voglia partecipare alla gara di inserire nell’offerta un coinvolgimento del pubblico, certamente appetibile. Ma quello che non è accettabile è che si facciano resistenze simili a un bando pubblico. E io mi chiedo perché Ativa e i suoi maggiori azionisti, come Gavio e Mattioda, invece di portare avanti questa battaglia non pensino piuttosto ad attrezzarsi per partecipare a una gara, che potrebbero anche vincere».