Ma ora tocca alle norme d’emergenza

Eugenio Occorsio – Repubblica
«Escludo che l’applicazione del nuovo codice degli appalti sia bloccata, e quindi possa essere di intralcio alla ricostruzione ». Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, respinge le accuse di ritardi nella riforma dei contratti pubblici, e tiene a chiarire: «È una coincidenza che la ricostruzione debba avvenire in concomitanza con la prima fase operativa del nuovo codice, che ricordo è una delle principali riforme strutturali varate da questo governo. Invito a non confondere: nella prima fase si agirà in emergenza, e quindi secondo le norme dettate dalla Protezione civile del tutto eccezionali, successivamente – e non sarà questione di giorni – si passerà al regime ordinario. Per allora contiamo di aver esaurito la fase regolatoria e di avere in piena efficacia il nuovo codice con tutta la sua portata anticorruzione e semplificatoria».
Proprio su questa “semplificazione” piovono le critiche. Secondo l’Ance è troppo brusco il passaggio per cui si chiede alle amministrazione di avere un progetto esecutivo in mano e quindi indire la gara d’appalto per i lavori. Chiedono una proroga fino al 31 dicembre per poter agire secondo il vecchio regime.
«Io, da medico, amo fare una diagnosi esatta della situazione e vorrei che anche l’Ance la facesse. Era proprio nella vecchia serie di passaggi fra progetto “preliminare”, “definitivo” ed “esecutivo” che si annidavano rincari ingiustificati, subappalti arbitrari, modifiche surrettizie. E lì si inseriva la famigerata figura dell’”appalto integrato” che tanti guai ha portato. Ora è tutto più limpido: solo l’amministrazione in possesso di un progetto “esecutivo”, per acquisire il quale potrà essersi valsa della consulenza di qualche società di ingegneria, può dare corso a una gara operativa. Con ciò acquisisce il controllo dei lavori da eseguire con una visione chiara delle opere da fare, sottraendo l’eccessivo potere all’impresa. È una questione di trasparenza, e di risparmio di soldi pubblici. Una proroga su questo punto significherebbe sacrificare proprio la parte qualificante della riforma. Certo, sulle amministrazioni ricade una grossa responsabilità in più, e a ciò dovranno essere preparate. In parallelo dovranno essere riqualificate anche le imprese, con una sorta di
upgrading della cosiddetta Soa (società organismi di accettazione, ndr), cioè la verifica sotto il controllo dell’Anac della conformità dei requisiti alle disposizioni comunitarie in materia di qualificazione dei soggetti esecutori di lavori pubblici ».
Tutto questo dovrà essere oggetto di una capillare legislazione “secondaria”, cioè di una pletora di regolamenti.
Non c’è un ritardo?
«Guardi, tutt’al più di una ventina di giorni, e mi sembra fisiologico per una riforma di questa portata. Da parte nostra, abbiamo già inviato al concerto degli altri ministeri e dell’Anac la maggior parte dei decreti attuativi richiesti. Ripeto: la materia è complessa. All’estero la prima cosa che ci lamentano è la corruzione, insieme alla burocrazia e alla lentezza della giustizia civile. Dobbiamo procedere con cautela senza la possibilità di errori. Ma stiamo procedendo».
Intanto però i sindaci, specialmente dei comuni minori, sarà la paura per una normativa del tutto nuova, sarà l’incetezza, hanno bloccato gli appalti di qualunque specie. Cosa risponde loro?
«A parte che i dati di luglio testimoniano una ripresa rispetto a giugno, non c’è motivo di allarme: la riforma restituirà loro il pieno controllo delle opere. Li convocherò presto a Roma per spiegargli la situazione. Per loro, come per qualsiasi stazione appaltante, ci sono solo vantaggi, come l’addio al massimo ribasso che portava a successive deleterie revisioni in corso d’opera e si giustificava spesso con la necessità per un’azienda di avere in tasca un documento con cui andare in banca e prendere un fido. Il pubblico non sarà più chiamato a ripianare perdite assunte dai privati».