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CULTURA: DOPO I SALOTTI, ORA DISCUTIAMO CON LE ASSOCIAZIONI CULTURALI.

ottobre 5th, 2010 — 4:57pm

Purtroppo la riunione organizzata ieri pomeriggio dalla responsabile cultura del PD del Piemonte Francesca Cilluffo conferma quanto vado dicendo da tempo, ovvero che qualcuno ha scambiato la cultura con il salotto di casa sua. Diverse realtà e associazioni culturali quest’oggi mi hanno chiesto le ragioni per cui non sono state invitate e, essendo stato anch’io escluso dal consesso, non sono stato in grado di spiegare loro i criteri sulla base dei quali sono stati fatti gli inviti. O, meglio, visto chi erano i blasonati commensali, i criteri sono fin troppo chiari.

Riconfermo quanto da me già detto: è giunto il momento di una seria e approfondita riflessione sull’utilizzo delle risorse pubbliche messe a disposizione di quell’ampio tessuto associativo culturale che svolge le sue attività tra mille ristrettezze e sulla necessità di una migliore capacità di fare impresa nell’ambito culturale.

Con malafede qualcuno ha voluto attribuire al mio pensiero un significato denigratorio ed offensivo nei confronti dei lavoratori di questo settore, quasi fossero ‘lavoratori di serie B’. Così non è, dal momento che ho sempre pensato che chi presta la propria attività professionale nella cultura e nello spettacolo debba essere difeso con la stessa determinazione rivolta ai lavoratori di altri settori. E credo che il modo migliore per farlo, oltre a contestare i vari ‘tagli’, stia nell’apportare correttivi a quanto di sbagliato è stato fatto nel passato o, comunque, nel correggere la rotta alla luce delle difficoltà economiche che gli enti locali si trovano a dover affrontare a fronte di bilanci sempre più ristretti.

Preso atto che di tali questioni non si può discutere nelle riunioni di salotto, convocherò un incontro con tutto quel mondo dell’associazionismo culturale interessato a discutere dei problemi da me sollevati.

Stefano Esposito

Deputato PD

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Nota di risposta al fondo dell’assessore Alfieri su LaStampa di oggi

ottobre 3rd, 2010 — 9:02pm

L’assessore Alfieri, nel maldestro tentativo di difendere gli sprechi della sua gestione culturale, forse avrebbe dovuto attendere ancora ventiquattore. In questo modo, gli sarebbe accaduto di leggere le parole di Alessandro Baricco che, parlando a Torino proprio riguardo ai costi della cultura, ci ha spiegato che essa ha bisogno di trovare, “nel profitto, il suo vero motore”.

Basterebbe dunque questa breve frase di Baricco per liquidare dieci anni di gestione alfieriana della cultura pubblica torinese. Lo stesso Alfieri, però, affidando a qualche suo consulente culturale il compito di scrivergli un testo ridondante di citazioni (da Rossini a Goebbels), usa i toni arroganti della rivendicazione dei propri errori e dei propri sprechi, con la stessa protervia con la quale lo stalinismo difendeva gli insuccessi dei suoi piani quinquennali. Una cultura, quella stalinista, che rientra nelle memorie politiche di Alfieri (è vero, questo bisogna ammetterlo) più di quella di Goebbels.

E mettendo dunque da parte le due identità peggiori del “Secolo Breve” ormai trascorso, la vera accusa che va invece mossa all’assessore comunale alla Cultura è piuttosto quella di ragionare, nel 2010, come i pessimi ministri dell’Economia dei governi del Caf, durante gli ultimi mesi di vita della Prima Repubblica. Quelli che, davanti alle contestazioni del tracollo economico italiano, replicavano tentando di ridurre di qualche numero le cifre dei loro sperperi. Così, come un doroteo, fa anche Alfieri. Infatti, ci spiega, la sola stesura del progetto irrealizzabile per la Biblioteca del Bellini non sarebbe costata venti milioni di euro, ma “solo” dodici milioni. Lo spettacolo olimpico in cinque parti di Luca Ronconi, invece, avrebbe pesato sui bilanci pubblici “solo” per un importo di sette milioni di euro e non di dieci.

Il problema è che l’assessore dovrebbe chiedere, a chi gli scrive le lettere e i discorsi, di usare la lingua italiana in forma corretta e dunque di chiamare quelle spese (anche nell’ammontare più “favorevole” ad Alfieri) con il loro vero nome: “sprechi”. Aggiungendo subito dopo quanti acquisti di libri e quante stagioni teatrali dello Stabile si sarebbero potuti finanziare con tutti quei milioni di euro. </span>

Ma la “normalità” della cultura, lo sappiamo, non vince i Premi Ubu e, soprattutto, non gonfia a dismisura il narcisismo patologico degli assessori.

PS Il premio UBU è il più grande riconoscimento di teatro in Italia…

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Caro esposito, anche noi siamo degni di rispetto

settembre 29th, 2010 — 10:57am

Sara Strippoli – Repubblica

«Lei dice: “È ora di dire basta!”. Lo diciamo anche noi: lavoratori a tempo determinato e indeterminato del mondo culturale. Quelli che secondo lei non fanno parte delle migliaia di persone che rischiano di perdere il lavoro, quelli che hanno in uguale misura il problema di mettere insieme il pranzo con la cena (esattamente come chiunque non viviamo solo d´aria e di arte). Solo i lavoratori delle aziende e dei supermercati hanno per lei dignità d´essere?».

Questo l´incipit battagliero di una lettera aperta inviata da settanta lavoratori dello spettacolo a Stefano Esposito, che sulle pagine di “Repubblica” aveva lanciato un´accusa ai vertici culturali della città richiamandoli ad una maggiore concretezza, alla consapevolezza dei bisogni più pressanti di tanti lavoratori che da anni patiscono sulla propria pelle le conseguenze della crisi economica. I settanta firmatari (attrici, registi, scenografi, tecnici, organizzatori), e altri che sottoscriveranno nei prossimi giorni, si ribellano a quelle che giudicano critiche insensate e difendono i vertici delle strutture culturali torinesi colpiti dall´appello di Esposito: «Le nostre dichiarazioni dei redditi, documentabili come la sua, sono in media di 18 mila euro lordi all´anno. Ovviamente parliamo solamente di quei dipendenti che dopo anni di gavetta sono stati assunti a tempo indeterminato, senza tener conto dei trattamenti raggiunti dagli assunti a tempo determinato e quindi fortemente precari. Lei se la prende con i vertici delle strutture culturali, ma tutte le strutture di ogni altro settore hanno dei vertici che guadagnano dieci volte più dei lavoratori, come i politici d´altronde. Eppure quelli vanno difesi mentre noi no, noi siamo inutili e superflui. Lei scrive che il nostro lavoro è degno di “essere infilzato con i forconi”».

Poi l´affondo finale: «Anche noi siamo pronti a fare la nostra parte di fronte alla crisi che tutti conosciamo. Tuttavia ci guardiamo attorno come cittadini e lavoratori che cercano nella politica – di qualunque colore – la forza in grado di raccogliere le domande, le speranze e indicare la soluzione dei problemi che nelle sue dichiarazioni mancano».

Sintetica la replica di Esposito: «Ho chiesto di conoscere i numeri reali dei precari del mondo dello spettacolo che dipendono dai finanziamenti pubblici. Finora non li ho avuti, attendo fiducioso».

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Esposito e Christillin ai ferri corti

settembre 28th, 2010 — 7:43am

LaStampa

Il dibattito sui tagli alla Cultura continua. Ieri la presidente del Teatro Stabile Evelina Christillin ha risposto all’onorevole Stefano Esposito («tagliare la cultura significa tagliare posti di lavoro») e oggi lui le contro-risponde: «Sono perfettamente consapevole che il sistema cultura occupa migliaia di persone, ma difendere il loro posto di lavoro non può voler sottrarre a ogni giudizio il modo con cui la cultura è stata gestita in questi anni». E ancora: «Mi fa piacere constatare che Christillin scopra ora il problema del precariato nel settore cultura: ma cosa ha fatto lei in questi anni per contrastarlo? Sono disposto ad accettare la sfida: garanzie economiche, ma in cambio di lavoro stabilizzato» E aggiunge: «Vediamo di non confondere la difesa dei posti di lavoro nella cultura con la difesa dei privilegi dei salotti e salottini in cui si ritrova la “casta” della cultura. A costoro va richiesto almeno un esercizio di sobrietà, e magari anche un po’ di autocritica. Per esempio: che fine ha fatto Palazzo Cavour, dopo i tanti soldi investiti dalla Regione? Avendo già un prestigioso Museo d’arte contemporanea come Rivoli, è opportuno investire molto denaro pubblico nella Fondazione Sandretto Re Rebaudengo?».

Evelina Christillin però incassa la totale solidarietà dei consiglieri di amministrazione e del Collegio dei Revisori dei Conti del Teatro Stabile: «L’incremento degli spettatori e degli abbonati al cartellone del nostro teatro, giovani in particolare; l’entusiasmo con cui i nostri spettacoli sono stati accolti nei principali centri della penisola; i legami di collaborazione stretti con altre istituzioni musicali e coreutiche; la creazione a Torino di una rassegna internazionale di teatro di ricerca, che altre città ci invidiano: tutto questo, e altro che viene lasciato nella penna, ci sembra sia fare cultura nel senso più ampio e variegato del termine: è cultura per tutti, senza distinzioni di età, censo, e, ovviamente, credo politico»

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MA I SALOTTI COSA HANNO FATTO PER STABILIZZARE I LAVORATORI DELLA CULTURA?

settembre 27th, 2010 — 3:59pm

Evidentemente a Torino c’è qualcuno che pensa che la cultura sia come un “santuario”, intoccabile e mai criticabile. La “Cultura” buona a prescindere, quindi, da considerarsi ‘zona franca’: la politica deve limitarsi a foraggiarla con lauti contributi, senza chiedere troppo agli illuminati che la gestiscono con la stessa sapienza dei filosofi di Platone. Sono perfettamente consapevole che il sistema cultura occupa migliaia di persone, ma difendere il loro posto di lavoro non può voler sottrarre a ogni giudizio il modo con cui la cultura è stata gestita in questi anni, in particolare durante la fase della ‘ubriacatura olimpica’ durante la quale qualcuno è stato colto da un delirio di onnipotenza a cui sta facendo seguito un triste risveglio.

Mi fa piacere constatare che Evelina Christillin scopre ora il problema del precariato nel settore cultura: ma cosa ha fatto lei in questi anni per contrastare questo fenomeno nelle istituzioni che dirige? Sono disposto ad accettare la sfida: garanzie economiche, ma in cambio di lavoro stabilizzato. Essere di sinistra vuol dire saper fare delle scelte, guardare la realtà a 360° e non solo il proprio ombelico finendo per confonderlo con il mondo stesso.

A chi pretende di impartirmi lezioni sulla linea del mio partito, voglio ricordare alcune cose scritte dal Segretario Gianfranco Morgando alla vigilia della manifestazione “Innamorati della cultura”, il 14 febbraio del 2009. Morgando diceva: 1) in questa fase drammatica nessun settore della società può ribellarsi all’idea di dover fare ciò che tocca a tutti gli altri: tirare la cinghia; 2) anche nella cultura sono necessarie politiche selettive, a meno che non si pensi che vi siano realtà intoccabili ‘a prescindere’ e che i contributi pubblici siano un diritto acquisito.

Vediamo di non confondere la difesa dei posti di lavoro nella cultura con la difesa dei privilegi dei salotti e salottini in cui si ritrova la “casta “ della cultura. A costoro va richiesto almeno un esercizio di sobrietà, e magari anche un po’ di autocritica. Un’autocritica che la vicenda del Premio Grinzane Cavour avrebbe dovuto stimolare in molti degli abituali frequentatori delle mense del professor Soria, invece si è preferito fare spallucce, quasi si trattasse solo delle isolate malefatte di un furbo malandrino.

Autocritica che anche le più modeste vicende (ancora da chiarire) che riguardano Marcovaldo e il centro Dar al Hikma dovrebbero suggerire. E ancora: che fine ha fatto Palazzo Cavour, dopo i tanti soldi investiti dalla Regione per recuperarlo e trasformarlo nell’ennesima sede espositiva? Avendo già un prestigioso Museo d’arte contemporanea come Rivoli, è opportuno investire molto denaro pubblico nella Fondazione Sandretto Re Rebaudengo? Se oggi mancano i soldi per le biblioteche, era opportuno il mega-progetto della nuova biblioteca civica? E i molti contributi elargiti al Circolo dei lettori sono immuni da qualsiasi critica? E che dire della tradizione tutta subalpina che vede manager del Lingotto ricollocarsi ai vertici di istituzioni culturali? Sono solo alcune delle tante domande che vorremmo porre a chi la cultura in questa città e in questa Regione l’ha amministrata e gestita.

Infine, mi permetto un consiglio alla Evelina Christillin: se è davvero tanto preoccupata per i precari della cultura, lasci una delle poltrone da lei occupata, così libererà un posto per qualcun altro. Piuttosto che lanciare accuse al ‘doppiopesismo’, si preoccupi del “doppio-incarichismo.”

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Esposito: “Le priorità adesso sono altre”

settembre 26th, 2010 — 10:12am

Diego Longhin – Repubblica

«È ora di dire basta. Picchioni, Christillin e Alfieri non sanno di cosa parlano. Forse non si rendono conto che il mondo è cambiato. Ha ragione Passoni quando dice che qualcuno dovrebbe tornare sulla Terra». Stefano Esposito, deputato Pd, non apprezza le prese di posizione dei responsabili della Cultura torinese sui tagli paventati da Palazzo Civico, ad iniziare da Alfieri. «Si è accorto di cosa è successo da quando è diventato assessore ad oggi: migliaia di persone hanno perso il lavoro, sono in cassa integrazione, non riescono più a mettere insieme pranzo e cena, le aziende e i supermercati chiudono. Ha letto i resoconti della Caritas, i racconti di Dovis a Repubblica? Dovrebbe essere questa la nostra priorità, non la cultura».

Anche gli enti culturali e il settore dell´intrattenimento producono posti di lavoro e ricchezza. E le sforbiciate dei contributi pubblici rischiano di indebolire il sistema creando situazioni alla Carlo Felice di Genova. Esposito, però, storce il naso: «Mi si accuserà di essere passatista, ma questi posti non sono a rischio. Se continuiamo così alla prima del Regio e dello Stabile ci troveremo la gente con i forconi. Perché la gente si è rotta le scatole». E il deputato del Pd arriva a dire che, visto il quadro generale, vista l´irresponsabilità del governo di centrodestra, alla fine i rimedi possono essere anche estremi: «Nella scuola frequentata da mio figlio i genitori che possono si autotassano per dare una mano a pagare la mensa alle famiglie in difficoltà. Bene. Credo che si possa arrivare a non acquistare libri per qualche mese in tutte le biblioteche della città, oppure a rinunciare a qualche serata di teatro, riuscendo però a mettere in tasca a questi genitori cento euro in più al mese in qualche modo». E poi l´affondo su Alfieri: «Dove sono finiti i venti milioni della biblioteca Bellini?».

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I tagli alla cultura? Nessun contraccolpo

settembre 26th, 2010 — 10:06am

Emanuela Minucci – LaStampa

La premessa è lunga e articolata, in perfetto stile Chiamparino: «Puntuale come l’autunno, all’approssimarsi della sessione di bilancio, ritorna il tormentone dei tagli alla cultura, argomentati con cifre di cui non si capiscono presupposti e fondamenti. Al di là del fatto che, per merito di tutti coloro che operano nei vari campi della cultura torinese a tutti i livelli di responsabilità, e anche di chi però avendo la responsabilità della gestione di bilancio ha sempre mantenuto fede agli impegni assunti, non mi risulta che ci siano state riduzioni di significative attività culturali nella città di Torino, né per quanto riguarda la fruizione dei beni museali né per quanto riguarda gli eventi».

Poi arriva al punto: «Dovrebbe essere evidente a tutti, tanto più a chi ha responsabilità amministrative di primo piano, che le restrizioni di finanza pubblica, introdotte con la manovra di luglio con effetto anche sul 2010, non possono non avere alcune ripercussioni anche nei loro campi». Quindi la conclusione: «In ogni caso, come si è deciso nell’ultima riunione del comitato finanziario, fino a quando non si saprà se il governo intende rivedere in senso migliorativo per il 2010 il Patto di stabilità noi manterremo rigorosamente la linea della massima prudenza – a prescindere da tutti i polveroni mediatici che si vogliono sollevare – ai fini del rispetto del Patto di stabilità medesimo. Il che significa rispettare in tutti i casi i limiti di spesa indicati dalla Ragioneria alle varie direzioni operative. Ovviamente se dovessero essere concessi, come fu nel 2009, margini maggiori di utilizzo di spesa si terrà conto delle esigenze di tutti i settori in modo equilibrato».

E’ intervenuto così, ieri, il sindaco Chiamparino, sulle polemiche innescate dagli ipotizzati tagli alla cultura. Lo ha fatto per mettere fine a una polemica che per certi versi assomiglia a un film già visto, ma che alcuni, come il parlamentare del Pd Stefano Esposito, ormai trovano stucchevole se non grave: «Ma l’assessore alla Cultura Alfieri si è reso conto dei tempi in cui viviamo?» è sbottato ieri: «Lui, Vergnano e Christillin si decideranno a uscire dai loro bozzoli dorati per scoprire che ormai la gente è angosciata da problemi veri come non riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena? Che la gente ormai non sa più come far studiare i propri figli e si ritrova senza lavoro dal mattino alla sera?».

Dopo aver dichiarato la sua «più che piena solidarietà all’assessore alle Finanze Gianguido Passoni» (ieri finito sul giornale per la guerra dei tagli, insieme appunto al collega responsabile della Cultura) Esposito invita l’assessore Alfieri, «a riflettere sulla situazione reale che il Paese sta vivendo». E Passoni come reagisce? Getta acqua sul fuoco: «Riconduciamo questa vicenda al lavoro di chi deve coniugare le esigenze di bilancio con un settore importante come la cultura a Torino, mettendo, però, da parte le polemiche».

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Proposta di Legge

dicembre 1st, 2008 — 3:21pm

Disposizioni per il riconoscimento della lingua italiana dei segni e l’istituzione della figura professionale dell’interprete della lingua medesima ( 1967 )
(presentata il 1° dicembre 2008, annunziata il 2 dicembre 2008)

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Proposta di Legge

novembre 21st, 2008 — 3:20pm

Disposizioni in materia di insequestrabilità delle opere d’arte prestate da uno Stato, da un ente o da un’istituzione culturale stranieri, durante la permanenza in Italia per l’esposizione al pubblico ( 1937 )
(presentata il 21 novembre 2008, annunziata il 24 novembre 2008)

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Grazie Federico

novembre 21st, 2008 — 10:22am

Circola da alcune ore su svariati indirizzi mail, un’elegante lettera di tal Federico Viano, che evidentemente colpito dalla campagna di comunicazione di Roberto Placido e da quella sulle bugie di Ghigo promossa da me e da Antonio Boccuzzi, ha deciso di mettere mano alla tastiera e , da par suo, editare una puntigliosa critica a stile e impostazione delle due campagne.

Fin qui nulla di male, se ne può discutere e ne discuteremmo volentieri anche con Federico Viano se la sua lettera si occupasse davvero di stili comunicativi. Così non è, la comunicazione è un utile pretesto per un’aggressione verbale, degna delle più malfamate osterie, che non capita di sentire neppure da parte dei nostri più rozzi e volgari avversari politici.

Non ci è dato conoscere Federico Viano. Ci siamo rivolti alle più note aziende di comunicazione della città, ma il suo nome ha suscitato sguardi interrogativi e perplessi. Abbiamo poi scoperto che collabora con un’agenzia torinese occupandosi di contenuti web, ha un suo blog, una pagina su fb, abbiamo anche letto che è stato candidato, peraltro senza fortuna, a redattore di kilombo: insomma una vera autorità nel campo della comunicazione.

Tale pedigree evidentemente porta il comunicatore Federico Viano a scegliere i toni del disprezzo e, allora, quello di Placido diventa un testone abnorme ( proprio così: come l’ AB normal del mitico Igor) e tutti insieme, Placido e compagni sono, nell’ordine, ignoranti, arroganti e a caccia di visibilità; si è dimenticato, chissà perchè, bifolchi e meridionali.

Federico, ci par di capire, sta muovendo i primi passi nel mondo della comunicazione e quindi i suoi giudizi di merito hanno il vigore assertivo tipico degli inesperti, dei novizi con un profilo professionale ancora da costruire. D’altra parte il vizio d’insegnare prima di aver imparato è talmente diffuso da essere diventato uno stereotipo. Se, come spesso si usa dire, l’Italia ha cinquanta milioni di commissari tecnici della Nazionale, allora gli esperti di comunicazione sono pochi di meno. 

Insomma l’assenza di competenze ed esperienze è giustificabile, lo è molto meno l’assenza di educazione e stile. Perché competenze ed esperienze si acquisiscono; per l’educazione e lo stile, se non si conquistano da piccoli, non c’è più nulla da fare.

Nel merito dei rilievi c’è ben poco da dire; meglio di ogni nostra parola parlano le recensioni pubblicati da siti e blog di comunicazione politica ben più seguiti e stimati di quello del buon Viano  e, soprattutto le considerazioni espresse dal direttore dell’agenzia che ha realizzato la campagna di Roberto Placido 

Oltre a ciò, segnaliamo alla riflessione di Federico Viano un’ulteriore e finale considerazione: se qualcuno come lui, così pieno di odio e disprezzo nei confronti di Placido, Esposito e compagni è a tal punto attirato dalla nostra comunicazione da dedicarvisi con così tanto interesse  e da premurarsi di ripeterne il messaggio, allora l’obiettivo della comunicazione è raggiunto, la campagna ha funzionato.

Guarda un po’, alla fine ci tocca pure ringraziarlo il buon Viano. 

Grazie Federico, grazie.

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