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“Salvate il lavoro” La scelta del Tar riaccende Yesmoke

gennaio 15th, 2012 — 11:23am

Nadia Bergamini – LaStampa

Yesmoke, l’unica fabbrica di sigarette italiana, con sede a Settimo, può continuare a lavorare. Lo ha deciso il Tar del Piemonte, cui la società era ricorsa dopo il provvedimento di Aams (l’amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato) che a fine novembre ha ritirato l’autorizzazione rilasciata alla Yesmoke Tabacco, il 7 agosto 2007, che consentiva l’istituzione e la gestione del deposito fiscale e quello del 5 dicembre scorso del direttore regionale che sanciva la cessazione dell’attività e la conseguente chiusura dello stabilimento. Da quel momento i lavoratori, circa una sessantina, hanno iniziato a presidiare (continuando a lavorare) lo stabilimento e Carlo e Gianpaolo Messina, fondatori della fabbrica. Cosa dice il Tar che ha sospeso i provvedimenti in attesa dell’udienza prevista per l’8 febbraio? «Il Tar ritiene il ricorso meritevole di scrutinio favorevole – scrive il presidente Vincenzo Salamone della Seconda Sezione – Il primo provvedimento di Aams non è adeguatamente motivato perché non indica le ragioni per le quali non si possa attendere il perfezionamento della fideiussione dal momento che l’Unicredit è disponibile a concedere i fondi necessari. Inoltre viene riscontrato un danno grave alla società che non può protrarre l’attività e consegnare la merce già lavorata. Un danno così grave da pregiudicarne la sopravvivenza. Un danno che tocca anche i dipendenti che in tal modo rischiano il licenziamento in un momento di estrema difficoltà per il nostro Paese».

Parole che non possono, ovviamente che procurare grande soddisfazione ai fratelli Messina, assistiti dall’avvocato Roberto Longhin. «È un passo fondamentale per il riordino del settore – commenta Carlo Messina – Speriamo che lo Stato smetta di legiferare contro le prescrizioni dell’Europa e di agire contro lo sviluppo delle aziende italiane. È paradossale che il Monopolio faccia di tutto per difendere le multinazionali del tabacco a scapito dell’unica azienda italiana che produce e paga le tasse in Italia, oltre a creare occupazione».

Dopo questa clamorosa decisione del tribunale amministrativo, torna il sereno anche nella fabbrica di via San Giusto dove dalla prossima settimana saranno assunti altri 26 addetti.

Esulta anche il parlamentare PD, Stefano Esposito che da tempo sta portando avanti la battaglia al fianco dell’azienda settimese. «Il provvedimento adottato dagli ex Monopoli di Stato – commenta – è vessatorio e gravemente irresponsabile (perché mette a rischio il futuro di 60 lavoratori). In attesa dell’udienza di merito prevista per l’8 febbraio, rinnovo il mio appello al ministro Passera e al viceministro Grilli affinché la normativa possa essere definitivamente modificata, consentendo all’unica azienda italiana che produce sigarette di poter lavorare e svilupparsi».

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La fabbrica del lavoro si è dimezzata

settembre 25th, 2011 — 9:16am

Stefano Parola – Repubblica

C´era una volta nel Torinese un mercato del lavoro mediocre, che sapeva garantire poco più di 220 mila nuovi contratti (precari inclusi) nel primo semestre del 2009. Poi è arrivata la grande crisi e quel mercato è scivolato giù: nei primi sei mesi dell´anno successivo le assunzioni sono state soltanto 173 mila. Il fatto è che se nel periodo successivo la produzione delle aziende ha avuto una sorta di rimbalzo (pur contenuto) verso l´alto, il numero di nuovi posti creati è rimasto là in fondo. I dati dell´Osservatorio provinciale sul mercato del lavoro parlano di 187 mila avviamenti nella prima metà di quest´anno. Insomma, sintetizza l´assessore provinciale al Lavoro Carlo Chiama, «c´è una leggera crescita, ma non siamo riusciti a tornare alla situazione già poco confortante che avevamo prima della crisi». Rispetto ad allora, infatti, l´economia torinese produce 33 mila posti in meno.

Dati preoccupanti, che lo diventano ancor di più se analizzati con attenzione. Il mercato del lavoro torinese è sbilanciato verso le uscite: tre anni fa il rapporto tra avviamenti e cessazioni a tempo indeterminato era a 1,05, ora è fermo a 0,85. Significa che ci sono più uscite che entrate.

È la stessa qualità del lavoro a peggiorare. Prima della crisi i contratti a tempo indeterminato costituivano il 22% delle assunzioni, oggi la quota è scesa al 17%. Pure i lavori a termine finiscono prima: se nella metà iniziale del 2008 un´occupazione di questo tipo durava in media 225 giorni, un anno più tardi nello stesso periodo la cifra è scesa a 178 e quest´anno si attesta sui 189, 36 giorni in meno dei livelli pre-crisi. E ancora, negli ultimi tre anni la durata dei contratti di somministrazione è passata da 37 a 28 giorni.

Ma c´è un numero che più di tutti fa capire quanto il mercato del lavoro torinese sia depresso: 57 milioni. È il volume di lavoro attivato in provincia nei primi sei mesi di quest´anno ed è dato dalla somma delle giornate create dagli avviamenti registrati in quel periodo. Tre anni fa superava i 100 milioni.

«Significa che la capacità di creare lavoro si è quasi dimezzata. E per di più la durata dei contratti a tempo determinato tende a diminuire», fa notare Carlo Chiama. E la colpa, dice l´assessore al Lavoro, è anche del suo omologo nazionale: «Sacconi pensa che licenziare aiuti a far andar meglio le cose. Semmai è vero il contrario, andrebbe fatta una politica inversa, che crei nuovo lavoro. Ci vogliono politiche come la riduzione del cuneo fiscale, la detassazione degli utili per le imprese che creano posti. Ma soprattutto serve una riforma degli ammortizzatori sociali».

Perché se da un lato le aziende non assumono, dall´altro la situazione per molti lavoratori in bilico è incandescente: «La cassa integrazione in deroga – spiega Chiama –non è ancora stata rifinanziata per il 2012. Per il nostro territorio significherebbe lasciare 15 mila persone a spasso, da reinserire in un mercato del lavoro dimezzato. Serve un ragionamento su come migliorare questo ammortizzatore, ma senza risorse il problema diventerà enorme».

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Posti precari e di bassa qualità Senza interventi non si riparte

settembre 25th, 2011 — 9:04am

LaStampa

Carlo Chiama, assessore al Lavoro della Provincia, non ha dubbi: «O se ne occupa la politica o il lavoro è destinato a non ripartire ancora per molto tempo».

Qual è la situazione nel Torinese?

«Grave: la cassa integrazione è ancora molto elevata e il mancato rifinanziamento, finora, di quella in deroga rischia di lasciare 10 mila persone senza reddito. Ma i problemi non sono solo questi».

Che altro?

«C’è un dato drammatico: sta mutando anche la qualità dell’occupazione. Nella crisi si sono persi posti di lavoro non ancora recuperati e quelli nuovi non sono al livello di prima. La precarizzazione porta a un deterioramento della qualità complessiva del sistema».

In che senso?

«Faccio un esempio: nel settore di punta della robotica tra gli assunti ci sono più giovani, più qualificati, più pagati e soprattutto più stabili. Vorrà dure qualcosa o no?».

Il problema è la precarietà, quindi?

«Certo: come si fa a immaginare che ci siano persone il cui lavoro ogni 23 giorni finisce e che aspettano magari per due mesi un altro contratto?».

Che fare?

«Mi sembrano poco utili i sussidi a chi assume: di solito li prende chi avrebbe assunto comunque. Credo che debba cambiare il fatto che se uno investe nell’industria paga il 50% di tasse e se lo fa nelle rendite il 20. È evidente dove finiscono i soldi. Poi c’è un altro problema tutto torinese».

Quale?

«Nel medio periodo nulla a Torino può sostituire la Fiat. Non esiste alternativa, è evidente che le aziende che se ne vanno vengono sostituite da niente».

C’è qualche riforma che lei propone?

«Servono politiche industriali di sostegno dell’industria, è ovvio. E poi una riforma degli ammortizzatori sociali: chi perde il lavoro deve ricevere, come accade negli Stati Uniti, un sussidio che nei primi mesi è pari al salario e poi va a calare. Ovviamente con l’obbligo di accettare proposte di reimpiego. Dobbiamo incominciare sul serio a percorrere questa strada per evitare conflitti ed emarginazione sociale».

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La cassa è finita 10 mila lavoratori restano al verde

settembre 25th, 2011 — 9:01am

Marina Cassi – LaStampa

Diecimila lavoratori da gennaio potrebbero essere catapultati nel vuoto: senza cassa integrazione, senza lavoro. Sono quelli che utilizzano attualmente l’ammortizzatore sociale in deroga che scade a fine anno e che però, per ora, non è stato rifinanziato.

L’allarme è dell’assessore provinciale Carlo Chiama: «La cassa integrazione in deroga è per sua natura temporanea. Si può anche cambiare, come si continua a dire e a non fare, magari selezionando di più e inserendo politiche attive. Ma i soldi devono arrivare, altrimenti si aprirà nel nostro territorio un drammatico problema sociale».

La Provincia per cercare di tenere sotto controllo la crisi ha ideato dieci indicatori la cui lettura comparata consente di capire se va meglio o se va peggio.

I dati complessivi non sono proprio neri, ma neppure confortanti. La ripresa agonizza, il mercato del lavoro ristagna e diventa sempre più precario, spingendo ai margini i giovani. Il vero problema è il lavoro che manca.

Un indicatore calcola la quantità di nuova occupazione: da tre semestri non ci si schioda dai 57 milioni di ore. Erano oltre 100 milioni nel 2008. Significa che allora ogni sei mesi il lavoro che si metteva in moto era il doppio. La ripresa è, quindi, lontanissima. E i primi dati sulla cassa integrazione nel dopo estate sono in ulteriore peggioramento.

Anche quest’anno la cassa terrà bloccati a casa migliaia di lavoratori in provincia di Torino – 15 mila solo per quella in deroga – e le ore di fermata sono state nei primi sei mesi dell’anno 61 milioni e mezzo, in netta risalita rispetto ai 57,8 milioni degli ultimi sei mesi del 2010 e superiori persino ai nerissimi mesi della fine 2009, quando arrivarono a poco meno di 50 milioni.

Naturalmente è in calo la cassa ordinaria – ormai esaurita da molte aziende -, mentre salgono quella straordinaria – il cui picco arriverà nei prossimi due semestri per poi calare – e quella in deroga. Questa è venti volte superiore rispetto al 2008: 14,6 milioni di ore in sei mesi.

Rispetto all’ultimo semestre del 2010 gli avviati al lavoro sono stati 1056 in più; una lenta risalita dal buco nero del secondo semestre del 2009, ma si resta lontani dai pre-crisi. E aumentano le persone in lista di mobilità: sono 10.526 rispetto ai 10.034 di sei mesi fa. Ma tra chi perde il lavoro la situazione più drammatica è per chi, pur iscritto alle liste di mobilità, non riceve l’assegno: sono 13.583 contro 13.492 degli ultimi sei mesi del 2010, in ascesa costante dai 6 mila del 2008.

Il lavoro è poco, la sofferenza molta. E la crisi ha peggiorato un clima di incertezza che la precarizzazione dei contratti aveva insinuato nella vita di migliaia di persone. La precarietà si allarga a macchia d’olio: anche se c’è una mini ripresa negli avviamenti, solo il 17% di chi trova lavoro ha un contratto a tempo indeterminato, quel posto fisso che ormai sembra un ricordo.

C’è un dato impressionante che indica come la precarietà sia destinata a dilagare: ogni cento contratti a tempo indeterminato che finiscono ce ne sono solo 85 nuovi.

E anche la durata dei contratti «flessibili» non è confortante: per quelli interinali la media è di 25 giorni, lontano dai 35 del 2008. Per gli altri contratti a tempo si arriva a 163 giorni, ma erano di 225 nel pre crisi.

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Quell’operaio deve andarsene dalla Valle

agosto 10th, 2011 — 8:47am

Massimo Numa – LaStampa
Una trentina di attivisti No Tav hanno manifestato ieri mattina contro i lavoratori di Italcoge che lavorano nel cantiere della Torino-Lione. Ditta fallita, ha spiegato il leader dei No Tav Alberto Perino, leggendo le motivazioni della sentenza, per i «debiti con l’erario tra 4 e 5 milioni di euro». L’avvocato Francesco Torre, che tutela gli interessi della proprietà, presenterà subito ricorso. Slogan e insulti contro imprese e operai, infine il tentativo di innalzare la bandiera con il treno crociato sul balcone del Comune. Due militanti No Tav hanno poi distribuito volantini. Alla fine di uno dei due documenti, si legge, tra l’altro, a proposito degli operai e tecnici valsusini impegnati a Chiomonte: «A tutti questi lavoratori chiediamo di smettere di prestarsi a un gioco sporco. Tranne a uno solo di loro, quello che, il 27 giugno, durante lo sgombero del presidio No Tav, ha usato per ore il suo escavatore contro valligiani inermi, mettendone a rischio la vita. Questa persona ha superato ogni limite di infamia. Gli chiediamo pubblicamente di trovarsi un nuovo posto per vivere, che non sia nella valle che ha mostrato di disprezzare». Minaccia «in puro stile mafioso», secondo Esposito, pd. Timori «per il clima di intimidazione» denuncia Enzo Ghigo, coordinatore regionale Pdl.
L’uomo che manovrò il FiatHitachi 280, nonostante il lancio di pietre, che incrinarono i vetri della cabina, ferendolo al volto, riuscì a demolire la barricata «Stalingrado» ( provocando la fuga dei No Tav sotto una nube di gas lacrimogeni) ora lavora altrove. «Ho fatto solo il mio lavoro aveva detto – ma dalla Val Susa me ne sono andato via. La legalità, lo Stato, era dalla mia parte». Paura? «Non per me, per la mia famiglia sì. Io ho la coscienza a posto». Nell’altro documento, i No Tav contestano i fogli di via notificati a estremisti non residenti in valle: «La nostra libera repubblica non li riconosce e gli unici ospiti sgraditi sono le truppe d’occupazione. Li invitiamo ad andarsene».

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Danni da Tav, Plano presenta il conto

agosto 10th, 2011 — 8:32am

Mariachiara Giacosa – Repubblica
L´albero su cui Turi Vaccaro ha vissuto senza cibo né acqua per quasi cinquanta ore ora non c´è più. Ieri mattina le forze dell´ordine l´hanno segato e davanti alla centrale elettrica, oltre il cancello, ora non ci sono più tronchi abbastanza alti per ripetere l´esperimento di protesta in quota.
Restano però ettari di vigne e lavanda il cui futuro ieri era all´ordine del giorno della riunione della Comunità montana. Un vertice di due ore all´interno della zona rossa per fare il punto sui danni che, secondo il presidente Sandro Plano, «la Torino-Lione sta già procurando a questo territorio». Sono i vitigni le prime vittime del divieto d´accesso alla Maddalena. Dal giorno dello sgombero non si vende una bottiglia perché è inaccessibile il punto vendita della cooperativa Clarea, sul piazzale della Maddalena, il cuore del progetto europeo di recupero e promozione del vino Doc Valsusa finanziato anni fa con quasi 5 miliardi di lire. Un giro d´affari di 250 mila euro all´anno che dovrà fare i conti con quasi sei mesi di stop e con un futuro tutto da decifrare. «Faremo una perizia per avere il quadro completo dei danni subiti dalla Comunità montana e raccoglieremo le segnalazioni dei privati – ha spiegato Plano alla fine del vertice – poi presenteremo il conto a Governo e Ltf».
Un danno per ora soprattutto economico. «Dalle analisi fatte, nonostante i lacrimogeni – precisa Plano – vino e uve sono sani e la qualità non è stata minata». «Tra qualche settimana partirà la vendemmia – aggiunge – e le difficoltà di accesso all´area sono un limite gravissimo». Viene infatti considerata insufficiente la stradina alternativa che da via dell´Avanà porta direttamente alla cantina, alla quale sta lavorando Ltf. «È troppo stretta e in pendenza – denuncia Rino Marcega, vicepresidente della Comunità montana – perché nei giorni di raccolta da lì dovranno passare almeno 50 mezzi al giorno». La cooperativa Clarea, che raccoglie una quarantina di produttori, funziona anche come una sorta di cantina sociale dove i privati possono portare le loro uve per i trattamenti. È il progetto “Ansema”, voluto dai sindaci per rilanciare la produzione di vino nella zona.
Nella lista di Plano anche i mancati introiti dell´Ecomuseo e del Bed and breakfast su via dell´Avanà, entrambi inaccessibili; i danni all´area archeologica e alla necropoli e quelli alle colture di lavanda e di castagno. «Tutti aspetti che – ha sottolineato – avevamo già evidenziato un anno fa nelle osservazioni al progetto presentate alla Regione Piemonte che non le ha prese in nessuna considerazione. Se si vuole parlare di sviluppo della Valle si parte molto male».
«Dovere del presidente della Comunità montana sarebbe di occuparsi anche dei 70 lavoratori della Italcoge rimasti disoccupati e del tracollo del turismo in Valle di Susa, oltre che delle vigne di Chiomonte» ha commentato il deputato del Pd Stefano Esposito. «Constato – ha aggiunto – che ormai Plano è funzionale al movimento No Tav e come tale si occupa soltanto di argomenti che interessano ai No Tav, trascurando questioni più importanti: così non rispetta il suo ruolo istituzionale».

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Troppe perdite, il giudice ferma Italcoge

agosto 3rd, 2011 — 8:07am

ANDREA GIAMBARTOLOMEI DIEGO LONGHIN – repubblica
L´azienda finita nel mirino dei No Tav è fallita. La Italcoge della famiglia Lazzaro, una delle due società che si stanno occupando di allestire il cantiere del primo cunicolo esplorativo a Chiomonte, non potrà più proseguire i lavori alla Maddalena. Lo stop è arrivato ieri dal Tribunale di Torino che ha dichiarato fallita l´azienda di Susa. I lavori si sono subito bloccati.
Alla base della decisione del giudice Bruno Conca, un´istanza della procura dove si evidenziano perdite di capitale intorno a 1 milione e 800 mila euro. «La procura ha fatto una richiesta non per la sussistenza di reati fallimentari, in quanto non è stata riscontrata alcuna distrazione – sottolinea però l´avvocato Francesco Torre che assiste l´Italcoge – ma per le perdite superiori al capitale sociale». Al momento della richiesta dei pm «la famiglia Lazzaro aveva l´intenzione di ripianare la perdita e aumentare il capitale sociale di un milione di euro», aggiunge. Opzione che non ha convinto il giudice. Subito nominato il curatore fallimentare. Il commercialista Michele Vigna ieri ha analizzato la contabilità e i macchinari di Italcoge sono stati spenti in attesa dell´asta, mentre i 60 operai finiranno in cassa integrazione.
Con il fallimento di Italcoge si apre un doppio problema. Quando ripartiranno i lavori? Quale sarà il futuro dei dipendenti che negli ultimi due mesi hanno lavorato in una situazione difficile, tra pietre e minacce? Solo poche settimane fa due mezzi della ditta, nel cortile della sede di Susa, hanno preso fuoco. «Il cantiere ripartirà a breve», dice il curatore Vigna. Ne è convinta anche l´assessore ai Trasporti della Regione, Barbara Bonino. Il fallimento prevede la risoluzione immediata del contratto e Ltf, la società italo-francese che si occupa di realizzare la galleria internazionale della linea Torino-Lione, procederà ad un nuovo affidamento entro questa sera. E se non ci saranno intoppi domani i lavori ripartiranno. La Martina, l´altra società che lavorava alla Maddalena in tandem con la Italcoge, prenderebbe in carico tutto l´appalto.
Difficile, però, che Martina possa caricarsi i 60 dipendenti, solo la quota che opera nel cantiere di Chiomonte è inferiore. Una decina al massimo. «Questo è il colpo più duro – dice il deputato pd Stefano Esposito – la perdita del lavoro che getta decine di persone in una condizione di insicurezza. Chiedo a Ltf e alla società che subentrerà di farsene carico». I No-Tav festeggiano. Alberto Perino annuncia un esposto contro Ltf per aver scelto Italcoge per la Maddalena, mentre Davide Bono del Movimento5Stelle si chiede: «Tutti in valle conoscevano la pluridecennale inaffidabilità delle due ditte (Italcoge e Martina), come mai Regione e Ltf ne erano all´oscuro? Una storia di continguità con le ´ndrine e di turbativa d´asta per Italcoge». Ieri mattina erano partiti i lavori di ampliamento del cantiere verso la Val Clarea e Giaglione, poi sospesi. Oggi i No-Tav si ritroveranno alla vecchia baita per un´assemblea.

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Via ai lavori Tav, fallisce la ditta

agosto 3rd, 2011 — 7:52am

Massimo Numa- LaStampa
Ore 6, scatta la fase due del cantiere della Torino-Lione. Gli escavatori sono pronti, i camion scendono lungo le nuove vie di comunicazione per l’allargamento dell’area. Gli operai e i tecnici della Italcoge, seguiti dai responsabili di Ltf, iniziano a sistemare, uno dopo l’altro, i pali d’acciaio, sollevati dalle benne. Le pale meccaniche si fanno strada nella boscaglia, in poche ore prende forma un altro settore importante del cantiere. Alle 12,30 arriva la notizia che la Italcoge è stata dichiarata fallita. Per i lavoratori è uno choc difficile da descrivere. Giorni fa, il leader dei No Tav, aggrappato ai cancelli dell’Italcoge, urlava: «Siete falliti, per voi è finita». Aveva ragione lui, mentre i legali dell’impresa – allora – erano ancora totalmente all’oscuro della decisione del giudici. Bilancio, ottantacinque operai ed impiegati disoccupati, cantieri chiusi, contratti cancellati. Nei giorni scorsi i dipendenti della ditta erano stati oggetto di pesanti minacce da parte di alcuni militanti No Tav. Li avevano presi a sputi, persino aggrediti. Ancor prima il titolare, Ferdinando Lazzaro, era stato picchiato prima di una marcia No Tav a Susa. Poi gli attentati ai mezzi e i sabotaggi ai camion. Infine i dati finanziari, in teoria coperti dal segreto, sulla situazione dell’azienda riversati sui siti controllati dal movimento
Ieri i lavoratori sono lentamente scesi dai mezzi per tornarsene a casa. Duro il commento di uno dei più anziani, Michele S.: «Andrò a chiedere aiuto anche al segretario No Tav della Fiom Giorgio Airaudo. Adesso lui e gli altri come lui saranno finalmente contenti. Volevano distruggerci, ci sono riusciti».
Solidarietà dai parlamentari Pd Stefano Esposito, Giorgio Merlo, Giacomo Portas e Antonio Boccuzzi, l’operaio della Thyssen scampato al rogo dell’acciaieria. «In questo momento – dice Esposito – in cui i No Tav stanno festeggiando, esprimo la mia vicinanza umana e politica ai lavoratori della Italcoge e alle loro famiglie, che in questo mese hanno lavorato in condizioni ambientali difficilissime, oggetto di insulti e minacce». Agostino Ghiglia, Pdl: «Triste notizia. La scelta coraggiosa di Italcoge nel cantiere Tav ne avvalorava, anche simbolicamente, l’impegno professionale in una situazione lavorativa che non è mai stata facile, nel segno di un’opera che è l’unica occasione di rilancio di una valle in profonda crisi».
Il vicequestore Rosanna Lavezzaro, che aveva disposto, con i carabinieri e la Finanza, un imponente servizio d’ordine per proteggere gli operai, ha fatto rientrare nei piazzale le macchine e rinchiuso il cancello del varco tre. Stranamente, ieri, a parte 12 francesi e un paio di anarchici, identificati, non s’era fatto vedere nessuno. A sera doveva iniziare il secondo turno dei dipendenti Italcoge, ovviamente annullato.
Esplode sulla rete la gioia di alcuni No Tav, già sicuri del blocco del cantiere. Subito gelati da Ltf. Alle 16,30 di ieri, in un comunicato, i responsabili precisano che «i lavori riprenderanno, secondo il progetto, nel più breve tempo possibile». Saranno affidati alla impresa Martina di Susa. Mentre prefetto e questura assicurano che il presidio inter-forze non verrà allentato. I No Tav annunciano un ritorno alla baita abusiva. Con probabili incursioni, attese stasera e domani, contro le nuove recinzioni.

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Fallimento dell’Italcoge

agosto 2nd, 2011 — 5:13pm

Il fallimento della ITALCOLGE è una brutta notizia di per sé, quando un’azienda fallisce, purtroppo negli ultimi due anni sono state tantissime, questo significa la perdita di un valore per il tessuto economico e sociale del nostro territorio. Lo è a maggior ragione vista l’attività che la ITALCOLGE stava svolgendo a Chiomonte.

In questo momento in cui molti stanno festeggiando, i NO-TAV, io voglio esprimere la mia vicinanza umana e politica ai lavoratori e alle loro famiglie della ITALCOGE che in questo mese hanno lavorato in condizioni ambientali difficilissime, oggetto di insulti e minacce da parte di molti militanti NO-TAV e che oggi subiscono il colpo più duro, la perdita del lavoro e del reddito che li getta in una condizione di insicurezza. Mi auguro, e farò tutto quanto nelle mie possibilità, perché questi lavoratori possano al più presto avere una prospettiva occupazionale.

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SOLIDARIETA’ AI GIORNALISTI A CUI E’ STATO IMPEDITO DI SVOLGERE IL LORO LAVORO

giugno 21st, 2011 — 6:22pm

Nella tarda mattinata di quest’oggi i giornalisti del quotidiano La Stampa, Massimo Numa e Roberto Travan, hanno cercato di raggiungere in auto il sito della Maddalena per realizzare un servizio giornalistico. Giunti a Chiomonte, mentre erano a colloquio con il sindaco del paese, la loro auto è stata vandalizzata. Infatti, qualcuno ha inciso sul portellone posteriore dell’autovettura la parola ‘Digos’, che, evidentemente, deve essere considerata dal soggetto incisore come un insulto anziché come un’istituzione al servizio dei cittadini e della legge.
Successivamente l’auto dei due giornalisti, dopo essere transitata attraverso due check point presidiati da persone con ricetrasmittenti, è stata infine bloccata al terzo sbarramento da un gruppo di persone, tutte, pare, appartenenti ai centri sociali. Ai due giornalisti, quindi, è stato impedito l’accesso al sito che ospiterà il cantiere in quanto ‘non graditi’ e uno di loro è stato strattonato.
Devo confessare che quanto accaduto oggi, che deve essere fermamente condannato da tutti, non suscita alcun stupore in quanto da tempo annunciato. Sono mesi che personalmente denuncio la presenza all’interno del movimento No Tav di personaggi più volte indagati e noti per aver commesso gravi atti violenti. Da settimane denuncio il fatto che un Paese civile non può tollerare che un gruppo di persone dia vita a una sorta di zona extraterritoriale o ‘repubblica autonoma’ che dir si voglia. Ora non solo siamo in presenza di check point che impediscono il libero accesso a un luogo pubblico, ma questi posti di blocco sono difesi da gente in assetto paramilitare.
Consiglierei a costoro, e a tutti coloro che moralmente li giustificano, di andare a rileggersi le pagine della storia italiana che hanno avuto per protagonisti gli aspiranti guerriglieri e di meditare sulle tragiche conseguenze di quelle sciagurate scelte. E, soprattutto, di ricordarsi, come ben diceva Frate Mitra, che l’Italia (Val Susa compresa) non è la foresta sudamericana.
Esprimo la mia più totale solidarietà ai giornalisti oggetto di questa ennesima dimostrazione di intolleranza, sperando che i sindacalisti e i politici, che continuano a non voler vedere quanto poco democratica e legale sia l’azione di questi personaggi, prendano finalmente le distanze un manipolo di pseudo-rivoluzionari che adoperano i metodi tipici della malavita.

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